Donato Piccolo

Tra arte e scienza

Donato Piccolo, nato nel 1976, è stato da sempre attratto dalla tecnologia e dalla scienza. Aveva appena iniziato la sua attività artistica quando fu coinvolto in una collaborazione con un team di ingegneri  presso il Centro Nazionale delle Ricerche, dai quali apprese elementi di meccanica e di robotica che segnarono definitivamente  il suo percorso creativo.  In seguito fece l’assistente di diversi artisti, come Giacinto Cerone e Sol Lewitt, dai quali assimila il plasticismo multiforme ed espressivo.

L’atto di distruzione, secondo me, è molto importante in un atto creatico. Cioè non c’è creazione senza distruzione.     
Donato Piccolo

Piccolo realizza le sue sculture dopo averle disegnate, assemblando oggetti e materiali diversi in cui gioca un ruolo importante la componente robotica; questi elementi interagiscono di volta in volta con riferimenti alla storia, alla filosofia, all’antropologia e alla scienza.   La sua ricerca è profondamente coinvolgente e emozionale: vive il suo lavoro di artista così intensamente che il suo fisico ne risente e si trasforma ogni volta che elabora un’idea particolarmente complicata.
 
Le creazioni meccaniche di Donato Piccolo ci catturano in una dimensione infantile con il fascino di un giocattolo, per poi farci riflettere sulla componente tecnologica che sempre di più condiziona le nostre vite.  L’artista ci fa immaginare con un senso di sgomento un futuro prossimo in cui  saremo dominati dall’intelligenza artificiale, e si chiede beffardamente se non sarebbe più appropriato definirla deficienza artificiale.  Trasmette le sue perplessità agli osservatori creando opere apparentemente “senza senso”, come egli stesso le definisce. Un braccio meccanico con le dita della mano articolate che si aprono e chiudono, schiacciando una lattina di Fanta, diventa così Fantascienza; oggetti di uso quotidiano come una scatola di biscotti  o un abat-jour  sono trasformati  da Piccolo e ora camminano su delle zampe invadendo lo spazio  come fossero grandi insetti alla ricerca di cibo;  un paio di gambe artificiali metalliche corrono meccanicamente calzando scarpe da ginnastica su un terreno di nebbia, metafora sull’incertezza del futuro tecnologico e allo stesso tempo un  riferimento riscaldamento globale?

Io ho sempre disegnato nuvole. Le nuvole hanno una forma antropomorfica, anamorfica, cioè possono diventare quello che vuoi, e questo è interessante perché è la persona  che decide poi quello che sta vedendo. Il filtro naturale diventa diventa un filtro umano, un filtro sensibile. Ho basato molto della mia ricerca su questo. Perché l’uomo in sostanza modifica la macchina, però egli stesso è modificato dalla macchina.     
Donato Piccolo

Esplora i territori della psicanalisi, come nella mostra personale dal titolo Thinking the Unthinkable (partita nell’autunno 2017 dall’Ermitage a San Pietroburgo per poi essere presentata a New York e al Maxxi di Roma), dove un’ iperrealista testa maschile  parla, capovolta sotto un tavolo, scandendo  con la sua voce meccanica:  “Tutto quello che non riusciamo a capire è dentro il nostro cervello / Tutto quello che non riusciamo a vedere è dentro i nostri occhi / Tutto quello che non riusciamo ad immaginare è il nostro futuro”.