Vivere sulla Terra del 2100

    Vivere sulla Terra del 2100

    Il terzo appuntamento di "Preparasi al futuro. Dialoghi sulla sostenibilità"

     Vivere sulla Terra del 2100

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    Arriva il terzo appuntamento di Prepararsi al futuro. Dialoghi sulla sostenibilità, il ciclo di incontri a cura di Piero Angela e Piero Bianucci, realizzato da Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo, Politecnico di Torino e Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte. Questa volta i protagonisti saranno Paola Bonfante e Roberto Defez con "Nutrirsi meglio, nutrirsi tutti: una sfida per la genetica" e Tito Boeri con "Chi va, chi viene: un pianeta per dieci miliardi di persone" in diretta il 7 gennaio sul sito della Fondazione Scuola dalle 15 alle 17.

     Il 2100 sembra lontano, qualcosa di astratto. Non è così. Ragazzi e ragazze che oggi vanno a scuola lo vedranno, e nel corso della loro vita giocheranno le loro carte per tagliare quel traguardo in buona salute e con una ragionevole sicurezza economica. Nell’incontro di oggi vedremo come sarà possibile raggiungere questi obiettivi in modo sostenibile per l’ambiente del nostro pianeta. Lo faremo da due punti vista: la produzione di risorse alimentari adeguate e i meccanismi sociali che collegano tra loro le generazioni attuali e quelle che verranno.

    Nel 2100 la popolazione della Terra si stabilizzerà intorno a 10-11 miliardi di persone. Ci sarà cibo per tutti? La risposta è sì, il nostro pianeta potenzialmente può sostenere una popolazione molto più grande. Ma non è solo una questione di quantità. La qualità di ciò che si mangia è altrettanto importante. Occorre che il cibo contenga tutti i nutrienti richiesti da una alimentazione sana, sia equamente distribuito tra paesi ricchi e meno ricchi, e possibilmente prodotto localmente per non dover ricorrere a trasporti inquinanti.  Bisognerà anche tenere conto del cambiamento climatico in atto. Terreni oggi fertili tenderanno a inaridirsi, regioni fredde diventeranno temperate e regioni temperate avranno una meteorologia subtropicale, cambierà il regime delle piogge. Il riscaldamento globale richiederà specie vegetali che si adattino alle nuove situazioni, per esempio specie resistenti a parassiti diversi dagli attuali o coltivabili con una irrigazione ridotta e magari con acqua salata.

    Le soluzioni sono già alla nostra portata. Fin dalle origini dell’agricoltura e dell’allevamento di bestiame l’uomo migliora geneticamente piante e animali con la pratica degli incroci e la selezione delle varietà più redditizie. Incroci e selezione avvengono da sempre anche in natura: il grano che coltiviamo, uno dei cereali essenziali per l’alimentazione umana, deriva dalla fusione spontanea, casuale, di due genomi di piante selvatiche avvenuta migliaia di anni fa. 

    L’attuale maggiore disponibilità di cibo è per metà dovuta al miglioramento genetico. In Italia ne è stato pioniere l’agronomo Nazareno Strampelli (1866-1942), un nome che meriterebbe di essere molto più conosciuto. Il grano antico era a stelo alto. La pianta spendeva gran parte delle risorse per sviluppare gli steli, le spighe avevano pochi chicchi. Inoltre gli acquazzoni piegavano a terra gli steli lunghi e sottili, e le spighe marcivano. All’inizio del Novecento, a Camerino, Strampelli ibridò il frumento antico e ottenne quello moderno a stelo corto. Fu l’inizio della rivoluzione verde, le sue “sementi elette” furono esportate in tutto il mondo. Il miglioramento è andato avanti con nuove tecnologie. Nel 1974 nel Laboratorio Enea della Casaccia (Roma) si ottenne per irradiazione con neutroni e raggi gamma il frumento duro Creso. La resa per ettaro ha raggiunto le 10 tonnellate. Un agricoltore che nel 1950 sfamava 6 persone, oggi ne sfama 50. La coltivazione del mais, altro cereale fondamentale per nutrire l’uomo e gli animali da allevamento, mezzo secolo fa rendeva 1,5 tonnellate per ettaro, oggi da 12 a 14, e in Virginia (Usa) fino a 33. 

    La scoperta della struttura del DNA ha aperto la strada a modificazioni genetiche sempre più mirate. Un balzo in avanti si è avuto pochi anni fa quando ricercatori americani ed europei hanno messo a punto la tecnica Crispr/Cas9, un sistema di editing genetico che permette di sostituire in modo preciso un singolo gene. L’evoluzione è velocissima. Ulteriori perfezionamenti si sono ottenuti nel 2015, nel 2017 e nel 2018, quest’ultimo dovuto a un team dell’Università di Trento. Il progresso più recente l’ha annunciato “Nature” il 20 ottobre 1919: a differenza della CRISPR classica, che taglia entrambi i filamenti del DNA, con la nuova tecnica la modifica avviene tagliando un solo filamento, l’altro “copia” la modifica in modo automatico.

    Premesso che nessuna conseguenza negativa si è mai registrata con l’uso degli OGM, la tecnologia Crispr dovrebbe mettere fine all’annosa polemica sugli organismi transgenici. La Crispr funziona come un paio di forbici molecolari utilizzabili nel taglia-e-cuci genetico, non richiede l’inserimento di geni provenienti da altri organismi, equivale a correggere un testo togliendo o sostituendo la lettera sbagliata in una singola parola. Il risultato è lo stesso organismo originale migliorato dalla lieve correzione mirata. Nulla di transgenico.

    Scienza e tecnologia producono ricchezza. Distribuirla equamente nel presente e lungo l’arco di tempo di più generazioni è una questione che deve risolvere la politica sociale. Di questo aspetto parlerà Tito Boeri, professore di economia del lavoro, già presidente dell’Inps e consulente della Banca Mondiale.

    In un libro recente, Boeri ha analizzato il rapporto tra reddito dei cittadini, stato sociale e populismo. “C’è una ragione economica (la perdita di reddito e di sicurezza) e una motivazione di tipo culturale (la sfiducia verso le classi dirigenti) alla base della resurrezione dei movimenti populisti”, scrive Boeri. Davanti all’indietreggiare della classe media causato dalla crisi economica, spesso in Europa i partiti populisti a caccia di voti non hanno indicato soluzioni ma “nemici”, e in primo luogo gli immigrati, che sottrarrebbero posti di lavoro e risorse allo stato sociale (sanità, previdenza). 

    I dati smentiscono questa manipolazione della realtà: gli immigrati – calcola l’Inps – versano ogni anno 8 miliardi di contributi sociali, e poiché molti dopo alcuni anni rientrano nei loro paesi o emigrano in altri, “fin qui gli immigrati ci hanno regalato circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state erogate loro delle pensioni. Ogni anno questi contributi a fondo perduto valgono circa 300 milioni di entrate aggiuntive nelle casse dell’Inps.”

    E’ solo un esempio di quanto sia complesso il discorso sullo stato sociale e di come possano trovare consenso politico affermazioni smentite dai dati. Un altro esempio è quello del calcolo delle pensioni. Queste sono frutto di un patto tra le generazioni che non può essere tradito. Chi oggi lavora paga la pensione a chi ha lavorato, e chi domani lavorerà la pagherà a chi oggi lavora. Per essere equi, i calcoli devono essere fatti in base alla effettiva contribuzione e all’aspettativa media di vita, che negli ultimi decenni è passata da 65 a oltre 80 anni. Prepensionamenti come quelli previsti in Italia da “quota 100” sono in sostanza un furto degli anziani alle generazioni più giovani. 

    Nel nostro paese, poi, a rendere meno equa la distribuzione della ricchezza c’è la storica piaga dell’evasione fiscale e contributiva, per non parlare del lavoro nero. E’ un argomento che richiederebbe una lunga analisi, e qui non la si può fare. In estrema sintesi però non si sfugge a una conclusione: il riscatto economico e sociale del nostro paese non può che passare per una riforma morale di larga parte dei suoi cittadini.