Dalla scuola alla società

    Dalla scuola alla società

    Il sesto appuntamento di "Preparasi al futuro. Dialoghi sulla sostenibilità"

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    Arriva il sesto appuntamento di Prepararsi al futuro. Dialoghi sulla sostenibilità, il ciclo di incontri a cura di Piero Angela e Piero Bianucci, realizzato da Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo, Politecnico di Torino e Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte. Questa volta i protagonisti saranno Piero Angela con "Educazione, informazione, cittadinanza" e Gianfausto Ferrari con "Inventarsi un lavoro"  in diretta sul sito della Fondazione Scuola il 6 marzo dalle 15 alle 17. 
    Piero Angela chiude la terza edizione di “Prepararsi al futuro” riconducendo l’intero ciclo di incontri al principio che l’ha ispirato: un progetto educativo che, con l’aiuto di ospiti illustri, intende offrire a studenti delle scuole superiori e dei primi anni del Politecnico un inquadramento autorevole su temi scientifici rilevanti per la formazione di una classe dirigente preparata e responsabile. Questo obiettivo non è a portata di mano, anzi, richiederà molto impegno e investimenti nel settore scolastico.

    Il rapporto Ocse-Pisa presentato nel dicembre 2019 conferma che la scuola è cruciale per il rilancio del nostro paese ma non gode di buona salute. 
    Per il nostro paese gli ultimi dati raccolti nei 35 Stati aderenti all’Organizzazione internazionale per gli studi economici (Ocse) dal Programme for International Student Assessment (Pisa) sono un segnale di allarme. In Italia solo un quindicenne su 20 sa distinguere tra fatti e opinioni, il punteggio nella capacità di lettura – 476 contro 487 della media Ocse – ci colloca tra il 23° e il 29° posto. Nelle scienze il punteggio è 468 contro la media Ocse di 489. Solo in matematica gli studenti italiani si avvicinano alla media Ocse (487 contro 489). 


    Preoccupa anche la comparazione tra i dati che riguardano l’interno del nostro paese. Sono forti le differenze tra il Nord, in linea con il Centro-Europa, e il Sud, relegato in posizioni di coda. Dal 2010 si vede una tendenza al peggioramento sia nella capacità di lettura sia nelle scienze. La scuola non funziona più da ascensore sociale: gli studenti delle fasce meno agiate sono anche i meno preparati. I risultati complessivi ci avvicinano a Turchia, Slovacchia, Israele, Croazia, Bielorussia, Ucraina.

    Di fronte a un quadro così desolante, se vogliamo essere un paese competitivo nell’affrontare le sfide del futuro – ricerca scientifica, innovazione tecnologica, Intelligenza Artificiale, integrazione degli immigrati, lotta alla corruzione e all’evasione fiscale, freno alla fuga di cervelli e potere di attrarne dall’estero – la scuola diventa una priorità assoluta, il primo settore in cui investire.

    Accanto alla scuola, però, anche l’informazione ha una funzione importante. I giornali – si tratti di carta, televisione o web – per loro natura sono diari della trasgressione: registrano i fatti negativi, quelli che infrangono le regole, non i fatti che rientrano nella normalità. Sui media finiscono gli scioperi, non le tranquille giornate lavorative. Quindi nell’informazione c’è sempre una componente emotiva – lo scandalo, il dolore, l’orrore, l’indignazione, lo stupore, il disagio – che tende a mettere in secondo piano gli aspetti razionali, i dati di fatto, i numeri che invece servono per farsi un’idea della realtà. Per evitare distorsioni occorre imparare a estrarre l’informazione utile e duratura da quella semplicemente spettacolare ed effimera. 


    Le cose, poi, si sono complicate con il web: nella rete vero e falso sono messi sullo stesso piano, i social (FaceBook, Twitter, Instagram…) portano al polarizzarsi delle opinioni e allo scatenarsi della violenza verbale sotto lo schermo protettivo dell’anonimato. Come se non bastasse, i social vengono spesso manipolati occultamente per interessi politici in modo da pilotare l’opinione pubblica, mettendo a rischio la stessa democrazia. Di qui la necessità di sviluppare una vigilanza e un senso critico adeguati all’info-sfera in cui viviamo.

    Tornando al rapporto Ocse-Pisa, i dati che riguardano la scienza sono particolarmente allarmanti. La cultura scientifica è decisiva nel rilancio del nostro paese almeno per due motivi: perché non c’è futuro senza solide conoscenze di matematica, fisica, chimica, biologia e – cosa ancora più importante – perché queste conoscenze implicano l’assimilazione del metodo scientifico, cioè di una mentalità razionale che antepone i fatti (esperimenti ripetibili in modo indipendente) alle opinioni. Un modo di procedere “oggettivo” che, se adottato anche a livello governativo, risolverebbe molti conflitti paralizzanti per lo sviluppo economico e sociale.

    La competizione globale che contraddistingue questi anni e quelli futuri richiede coraggio negli investimenti, antenne sensibili alle potenzialità del mercato e soprattutto creatività. E’ questo il tema affidato a Gianfausto Ferrari, un imprenditore che ha dedicato gran parte della sua vita alla costituzione di aziende innovative e alla formazione di giovani dotati di entusiasmo, intelligenza e visione aperta.

    La creatività – sia essa artistica, scientifica, tecnologica o imprenditoriale – in parte è un dono innato, ma in qualche misura si può coltivare studiandone i meccanismi, e si può favorire creando un ambiente stimolante. Perché il più delle volte creatività non è affatto genio e sregolatezza ma metodo, studio, voglia di trasformare i vincoli in opportunità. 

    Certo, c’è la creatività pura, il pensiero divergente capace di rovesciare il punto di vista sui problemi riconfigurandoli in modi inediti che sfociano in soluzioni geniali: è il caso, per esempio, di Albert Einstein che con i suoi famosi “esperimenti mentali” supera la fisica classica di Newton e instaura il nuovo paradigma scientifico della Relatività. Questa creatività di altissimo livello è privilegio di pochi. 

    Ma nella maggioranza dei casi serve una creatività per così dire “minore”, che procede per tentativi ed errori o per prossimità, introducendo innovazioni che non rappresentano una rottura con l’esistente ma un suo significativo miglioramento. David Eagleman, neuroscienziato, e Anthony Brandt, musicista, riassumono in tre B questo tipo di creatività che combina in modo innovativo ingredienti già disponibili: Bending (piegare), Breaking (frammentare), Blending (mescolare). 

    Lo smartphone è un esempio eloquente di questo modo di procedere che Eagleman e Brandt scelgono per far capire come funzionano le tre B. C’erano il telefono fisso, la radio, il computer, la mobilità (le gambe!), la macchina fotografica, l’orologio, il Gps e tante altre tecnologie. Steve Jobs (e non solo lui) le ha messe insieme, le ha frammentate in molte app, le ha mescolate, le ha piegate per farle stare in un piccolo dispositivo che oggi ognuno di noi porta sempre con sé. È una creatività che forse possiamo considerare “minore”, ma che ha creato imperi economici, ha cambiato il mondo, lo stile di vita, la società. E pure la politica.