Oleg Mandić, il bambino che ha chiuso i cancelli di Auschwitz

    Intervistato in occasione del Viaggio della Memoria 2020

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    Alle mie spalle si chiuse il cancello di Auschwitz e si abbassò la sbarra con la storica frase che identificava Auschwitz: Arbeit macht frei (il lavoro rende liberi). Sono stato l´ultimo prigioniero uscito vivo da quel campo di sterminio

    Aveva 12 anni Oleg Mandić quando, il 27 gennaio del 1945, l’Armata Rossa entrò nel campo di sterminio di Auschwitz Birkenau per liberare gli ultimi sopravvissuti. 

    Nato nel 1933 a Susac, attuale Croazia, nel 1944 viene arrestato con la madre e la nonna e deportato. Non è ebreo ma “prigioniero politico” perché suo padre e suo nonno, con l’arrivo degli occupanti tedeschi, si sono uniti ai partigiani titini. Oleg, a differenza degli altri 200 mila bambini internati ad Auschwitz insieme a lui, sopravviverà alla follia nazista. Un po’ per fortuna, un po’ per destino o per caso. 

    Mi misero nel reparto di Mengele, perché lì c’erano gemelli maschi fino ai 18 anni. E si dimenticarono di me. Lì ci rimasi fin quasi alla fine. La febbre improvvisa fu un caso molto fortunato

    Dopo un silenzio lungo 10 anni, nel 1955, il redattore capo del giornale per cui Oleg lavora gli chiede di scrivere un articolo su Auschwitz e cosa ha significato per lui quella prigionia. E’ uno choc. Quei ricordi, negati, riaffiorano ed Oleg mette tutto nero su bianco. Ma non si limita a scrivere, decide di tornare in Polonia e di rivedere quei luoghi, rivivere quel dolore e darne testimonianza. 

    Nel 2020 è la tredicesima volta che torna. Prende la sua auto, guida per 900 chilometri, arriva a Birkenau verso il tardo pomeriggio. La considera la sua città. Lo fa per motivi “terapeutici”: quando ha delle preoccupazioni, dei problemi.

    Sono i giorni di festa della mia vita. Vengo qui e mi torna il buonumore. Riacquisto vigore e gioia di vivere

    Può sembrare un paradosso ma Oleg lo spiega come fosse una verità lampante. E’ evidente che quello che lui dà per scontato è un concetto sul quale, negli anni che lo separano da quella terribile esperienza, si è soffermato a lungo, aprendo un dialogo serrato con la parte più intima di se stesso: 

    Grazie ad Auschwitz ho avuto una vita bellissima. Perché? Per la certezza che a soli 12 anni avevo sperimentato il male assoluto. Il resto della mia esistenza non poteva che essere migliore

    Sopravvisse anche al famigerato medico Mengele, soprannominato “Dottor Morte”, tristemente noto per condurre esperimenti genetici sui bambini del Campo. Era ossessionato dallo studio del DNA dei fratelli gemelli. Ce n’erano 30 coppie, a qual tempo ad Auschwitz. Ogni tanto ne portavano via una e non se ne sapeva più nulla. In un luogo di morte la morte non fa più notizia.

    Oleg però, e qui torna il paradosso, ricorda Mengele con simpatia: era l’unico che si rivolgeva a me, bambino, senza alzare la voce. Lo descrive elegante, sempre rasato di fresco e gentile. 
    Oggi all’età di 87 anni Oleg Mandic continua nella sua opera di testimone dell’orrore affinché le nuove generazioni conoscano i fatti. Il messaggio del ragazzino che 70 anni fa si chiuse alle spalle i cancelli di Auschwitz è un messaggio di pace.

    Non odiare! Non conviene: l’odio porta altro odio, anche superiore al nostro. Porta sciagure e catastrofi. E raramente se ne trae soddisfazione. Siccome l’odio lo fomentiamo noi stessi, esso nasce e si riproduce nel nostro cervello. Di conseguenza siamo in grado di governarlo: possiamo e dobbiamo sopprimerlo. Per il nostro bene. Credetemi: io ci sono passato

    Mandic ha anche raccontato la sua vita in un libro "L'ultimo bambino di Auschwitz", a cura di Roberto Covaz (Biglioteca dell'immagine, 2016). L'intervista è stata realizzata da Rai Scuola in occasione del Viaggio della Memoria che si è svolto a gennaio 2020.