Marlon Brando

Marlon Brando

Il mito di se stesso

Marlon Brando

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Marlon Brando. Già il nome dell’attore unanimemente ritenuto tra i più grandi di sempre, sembra un nome d’arte, studiato a tavolino dagli studios cinematografici. Un suono bellissimo, bilanciato, perfetto. Era il suo vero nome, lo stesso di suo padre. Infatti in famiglia lo chiamavano Bud, per distinguerlo da Marlon Brando Senior. Un attore strepitoso, incisivo, ingombrante fin dalle prime apparizioni. Una personalità spiccata, un carattere difficile. Ai colleghi di set, venivano fatte ampie raccomandazioni, come se portasse su di sé la scritta “maneggiare con cura”. E a volte non bastava neanche. Tormentato, capriccioso, bello al punto da stordire col suo magnetismo. Capace, perché era Brando, di distruggere anzitempo la sua bellezza, ingrassando decine di chili. Sembrava non gli importasse. Sembrava che tutto gli fosse dovuto. Dopo una carriera strepitosa, pur tra alti e bassi, risorse con Il Padrino, consolidò magistralmente con Ultimo tango a Parigi, per poi scegliere solo piccoli ruoli, pagati a peso d’oro. Con l’eccezione di Apocalypse now, dove il suo straordinario personaggio, il colonello Kurtz, si vede solo negli ultimi minuti di film. Ma è sempre lì, presente, incombente fin dai primi fotogrammi. Come un ectoplasma, come una minaccia, come Brando. Tutto quello che ha ricevuto Brando lo ha rispedito al mittente. La fama che lo faceva sentire oppresso. Le donne, esotiche, bellissime e puntualmente abbandonate. Il mestiere di attore, che distruggeva ogni volta che ne parlava. In una delle ultime interviste spiegava:

E’ un mestiere assurdo, non mi piace per niente anzi mi annoia a morte. Troverei molto più interessante mettermi, ora, ad osservare un formicaio 
Marlon Brando

Perché era Brando, capace di tutto, anche di sputare sul magnifico piatto che il destino gli aveva servito. Invecchiando non migliorò. Solo fu definitivamente schiacciato da gravissimi eventi privati. Da tragedie familiari. E l’attenzione morbosa dei media sul collo. Un finale drammatico per una vita che poteva essere quasi perfetta. La carriera strepitosa, l’amore delle donne, dei molti figli, non lo resero mai una persona felice. Rimase sempre e comunque un uomo tormentato, un inquieto. Nato nel Nebraska, il granaio d’America, il 3 aprile del 1924, 95 anni fa, da famiglia umile, della sua infanzia si sa poco. I genitori alcolisti, il duro lavoro in campagna. La separazione dei suoi e il trasferimento in California con la madre e le due sorelle, furono l’inizio. Poi un salto e lo troviamo a New York nel 1943. Qui studiò con Stella Adler, attrice di teatro e insegnante di recitazione del metodo Stanislavskij, basato sull’analisi psicologica del personaggio. Fu certamente il migliore degli allievi. Poi un inizio di carriera folgorante, con Un tram che si chiama desiderio del 1951, che aveva già portato a teatro nel 1947, con la regia di Tennessee Williams. Brando è Stanley Kowalsky, uomo rude e violento, la foto del personaggio è quella di Brando, in maglietta e giubbotto di pelle, animalesco, selvaggio, ipnotico. Indimenticabile. Ancora in giubbotto di pelle, in sella a una moto nel film Il selvaggio del 1953 e nello stesso anno Antonio nel film Giulio Cesare: “Perché Bruto è un uomo d’onore…”. Lo scaricatore di porto Terry Malloy in Fronte del porto del 1954, film col quale vinse il primo Oscar come miglior attore protagonista. Il personaggio era quello di un uomo disperato, stremato nel tentativo di rifarsi una vita. Ancora bellissimo e scanzonato nel film Bulli e pupe del 1955 e primo ufficiale Fletcher nel film Gli ammutinati del Bounty del 1962. Del mestiere dell'attore diceva:

Girare è il mio passatempo. Non sono un attore e non lo sono stato per anni. L'unica ragione per cui non ho ancora smesso è che non ho il coraggio di rinunciare ai soldi
Marlon Brando

Gli anni Sessanta furono quelli del declino. Insuccessi al botteghino e film poco riusciti come La contessa di Hong Kong di Charlie Chaplin del 1967 convinsero le case cinematografiche americane che fosse sul viale del tramonto. Di quel periodo lui salvava solo Queimada di Gillo Pontecorvo, un film che amò molto. Il suo attivismo politico non fu d’aiuto e alla fine di un decennio poco felice, Brando decise di smettere davvero dopo la morte del Reverendo Martin Luther King avvenuta nel 1968. Risorse con Il padrino, di Francis Ford Coppola del 1972 malgrado la casa cinematografica, la Paramount, gli avesse imposto di lavorare senza compenso, ormai nessuno credeva più in lui. Fu il film del riscatto, l’interpretazione superlativa gli valse il secondo Oscar come miglior attore protagonista. Non ritirò il premio e per protesta mandò una giovane squaw in abiti tradizionali, che tenne un discorso sulle discriminazioni contro i nativi americani. Il film successivo Ultimo Tango a Parigi del 1972, fu un successo straordinario e una nuova nomination all’Oscar. Il vedovo Paul che si “perde” in un appartamento con una giovane sconosciuta e comunica, parole di Bertolucci, solo con il sesso, fece scandalo in tutto il mondo. Si è saputo in seguito che non imparava le battute, polemizzava su tutto e spesso dovevano mettergli bigliettini con la parte ovunque, anche sulla fronte di Maria Schneider. Ma era stato meraviglioso. Brando era tornato. Dissipò la posizione riconquistata con una manciata di film di poco valore. Interpretò il padre di Superman nel 1978, un ingaggio stellare per due scene. Nel 1979 uscì Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, in cui recitò per pochi minuti, la parte del Colonnello Kurtz, che compariva solo alla fine del film.  Ma era presente fin da subito come una minaccia incombente. Un'apparizione da mito. Da grandissimo attore, l'ultima. Poi ancora piccole parti strapagate, niente di memorabile. Una vita sempre più ritirata, problematica, devastata. Marlon Brando ha lasciato alcune delle interpretazioni più belle della storia del cinema e il mito di se stesso. Presuntuoso, immodesto, incontentabile. Ma immenso. 
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Marlon Brando

Chi ha lavorato con Marlon Brando non lo ha più dimenticato. Aveva un carisma straordinario e una presenza scenica totalizzante. Se era in buona poi, era una persona deliziosa. Ricorre spesso, nella vita e nel cinema che ne è specchio fedele, questa dicotomia tra personaggio e uomo. Brando amava giganteggiare. Era estremamente presuntuoso e consapevole dell’effetto che faceva. Della sua bellezza, del suo carisma. Vanità certo ma anche auto-sabotaggio, se si pensa a come è diventato negli ultimi anni di vita. Quasi a voler cancellare, negare, tutto quello che era stato. Una grande contraddizione, un mistero. Ma il suo mito, quello, non è riuscito a cancellarlo.