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Michelangelo. Non finito e architettura
Il progetto e il dialogo con la realtà
Il concetto di non finito accompagna la figura di Michelangelo sin dai suoi contemporanei e attraversa secoli di interpretazioni critiche, trovando nel Novecento una particolare intensità di lettura, soprattutto in relazione alla scultura.
Vitale Zanchettin, responsabile del progetto MetaMic per l'unità IUAV di Venezia, (istituzione coinvolta nel progetto insieme alle Università di Firenze e di Camerino e all'Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale del CNR), propone uno spostamento significativo dello sguardo: dal non finito come semplice attitudine psicologica o poetica dell’artista, al non finito come condizione strutturale e operativa dell’architettura michelangiolesca. Una riflessione che mette in discussione l’idea di un non finito esclusivamente “volontario”, mostrando come esso emerga dall’interazione tra intenzione artistica, contingenze storiche e processi costruttivi. Nell’architettura — ambito sempre più centrale nella carriera di Michelangelo — il non finito diventa una chiave critica cruciale, poiché si confronta con il problema dell’autografia, della trasformazione del progetto nel tempo e della distanza tra disegno e costruzione.
Le interviste sono state realizzate in occasione del convegno Michelangelo Buonarroti e l'Architettura - Roma, Accademia Nazionale di San Luca (28-29 gennaio 2026)
Vitale Zanchettin, responsabile del progetto MetaMic per l'unità IUAV di Venezia, (istituzione coinvolta nel progetto insieme alle Università di Firenze e di Camerino e all'Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale del CNR), propone uno spostamento significativo dello sguardo: dal non finito come semplice attitudine psicologica o poetica dell’artista, al non finito come condizione strutturale e operativa dell’architettura michelangiolesca. Una riflessione che mette in discussione l’idea di un non finito esclusivamente “volontario”, mostrando come esso emerga dall’interazione tra intenzione artistica, contingenze storiche e processi costruttivi. Nell’architettura — ambito sempre più centrale nella carriera di Michelangelo — il non finito diventa una chiave critica cruciale, poiché si confronta con il problema dell’autografia, della trasformazione del progetto nel tempo e della distanza tra disegno e costruzione.
Al centro della riflessione si colloca il cantiere, inteso non come semplice fase transitoria ma come luogo produttivo di immagini, decisioni e ripensamenti. In particolare, la fabbrica di San Pietro viene letta come paradigma di un’opera in divenire, in cui la forma si definisce progressivamente attraverso l’esperienza visiva e materiale della costruzione stessa. Il non finito, in questa prospettiva, non è un fallimento né una rinuncia alla forma, ma l’espressione di un processo aperto, fondato sul dubbio, sulla verifica continua e sull’impossibilità di cristallizzare una forma definitiva. Questa chiave di lettura restituisce un Michelangelo profondamente moderno, per il quale il progetto non è un’idea da applicare alla realtà, ma un dialogo costante con essa: un fare che si misura con il tempo, con la materia e con l’incompiutezza come condizione essenziale dell’esperienza umana e artistica.Abbiamo tentato di guardare i progetti realizzati, ma non come ci appaiono oggi, ma come sono apparsi agli occhi del dell'architetto durante la realizzazione, come questo abbia modificato le sue idee.
Le interviste sono state realizzate in occasione del convegno Michelangelo Buonarroti e l'Architettura - Roma, Accademia Nazionale di San Luca (28-29 gennaio 2026)