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Michelangelo e gli architetti del Novecento

Un maestro irregolare e attuale

Pur appartenendo al pieno Rinascimento, Michelangelo Buonarroti. ha continuato a esercitare un’influenza decisiva ben oltre il proprio tempo. Lungi dall’essere un semplice riferimento storico o un modello formale da imitare, Michelangelo emerge come un vero e proprio interlocutore per gli architetti del Novecento, capace di offrire strumenti critici, concettuali e persino metodologici per affrontare le crisi e le trasformazioni della disciplina contemporanea. 

L’eredità di Michelangelo diventa terreno di sperimentazione per architetti e storici che vedono nel suo lavoro non un repertorio di forme, ma una tensione continua tra idea, materia e spazio.

Alessandro Brodini (Dipartimento di Architettura dell'Università di Firenze- MetaMic) sottolinea come Il riconoscimento del ruolo di Michelangelo non sia stato uniforme nei diversi contesti culturali. Se la storiografia anglosassone ha a lungo privilegiato figure come Palladio, in Italia il legame profondo con il territorio, la tradizione e la materia dell’architettura ha favorito una rilettura più intensa e problematica dell’eredità michelangiolesca, soprattutto nel secondo Novecento. In questo senso, Michelangelo non viene considerato come un maestro “classico” da canonizzare, ma come un autore irregolare, complesso, spesso contraddittorio, proprio per questo straordinariamente attuale.

Un momento decisivo di questa riscoperta è rappresentato dalle iniziative critiche e culturali degli anni Sessanta, che hanno rimesso in discussione i modi stessi di esporre, studiare e interpretare l’architettura. L’attenzione si sposta dall’opera intesa come oggetto finito alla costruzione di un pensiero critico capace di dialogare con il presente. In questo quadro, l’eredità di Michelangelo diventa terreno di sperimentazione per architetti e storici che vedono nel suo lavoro non un repertorio di forme, ma una tensione continua tra idea, materia e spazio.

L’influenza michelangiolesca si manifesta nel Novecento in modi differenti e spesso indiretti: attraverso processi di assimilazione, trasformazione e rielaborazione personale. Gli architetti chiamati in causa non “citano” Michelangelo, ma ne metabolizzano i principi, traducendoli in linguaggi contemporanei, in una relazione viva tra progetto, costruzione e immaginazione. È proprio questa capacità di generare interpretazioni plurali, talvolta persino oniriche o incomplete, a rendere Michelangelo una figura centrale per comprendere alcune delle ricerche più significative dell’architettura moderna.
Casi emblematici: Paolo Portoghesi, che rielabora temi michelangioleschi in opere come la Casa Bevilacqua o la Moschea di Roma; Luigi Moretti, che usa il disegno e il cinema come strumenti di analisi critica; Giovanni Michelucci, impegnato in un intenso confronto con la materia e il luogo; e Aldo Rossi, il cui rapporto con Michelangelo è più mentale e simbolico, ma non privo di citazioni architettoniche esplicite.

Michelangelo appare allora non come un monumento intoccabile, ma come una presenza attiva, capace ancora oggi di interrogare l’architettura contemporanea sui temi del processo creativo, del rapporto con la materia e dell’opera come organismo mai definitivamente concluso. Proprio nel “non finito”, che percorre tante espressioni del maestro rinascimentale, è possibile individuare uno degli insegnamenti più fecondi di Michelangelo per il Novecento: un’idea di opera aperta, processuale, capace di offrire ancora oggi spunti decisivi per il progetto architettonico contemporaneo.

Le interviste sono state realizzate in occasione del convegno Michelangelo Buonarroti e l'Architettura - Roma, Accademia Nazionale di San Luca (28-29 gennaio 2026)

Foto di copertina: Paolo Portoghesi, Ingresso della Grande Moschea di Roma