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Michelangelo e il complesso laurenziano
Il cantiere interrotto della Sagrestia Nuova
Emanuela Ferretti, responsabile del progetto MetaMic- Università di Firenze, riflette su uno dei momenti più alti e complessi della vicenda architettonica di Michelangelo Buonarroti: il suo intervento nel complesso laurenziano di Firenze, in particolare nella Sagrestia Nuova e nel progetto – mai realizzato – della facciata della basilica di San Lorenzo. Si tratta di due imprese profondamente diverse per esito e destino, ma intimamente connesse sul piano storico, politico e concettuale, entrambe legate al rapporto privilegiato – e conflittuale – tra Michelangelo e la famiglia Medici.
Il progetto della Sagrestia Nuova prende avvio nel 1519, quando papa Leone X de’ Medici affida a Michelangelo la realizzazione di una nuova cappella funeraria destinata a celebrare due membri della famiglia: Giuliano duca di Nemours e Lorenzo duca di Urbino, prematuramente scomparsi. La scelta di collocare la nuova sagrestia accanto alla Sagrestia Vecchia di Brunelleschi non è casuale: essa impone a Michelangelo un confronto diretto con il paradigma fondativo dell’architettura rinascimentale fiorentina. Tuttavia, il dialogo con Brunelleschi non si risolve in un’imitazione, bensì in una radicale reinterpretazione.
Michelangelo lavora alla Sagrestia Nuova in modo intermittente per oltre un decennio, in un contesto segnato da eventi politici drammatici: il ritorno dei Medici a Firenze nel 1512, il Sacco di Roma del 1527, la nuova cacciata dei Medici e infine la loro definitiva restaurazione nel 1530. Proprio in questi anni la Sagrestia assume la fisionomia di un cantiere instabile, continuamente sospeso tra ambizione monumentale e urgenze contingenti. Quando Michelangelo lascia definitivamente Firenze nel 1534, chiamato a Roma da papa Paolo III Farnese, l’opera è ancora incompiuta: le celebri sculture dell’Aurora, del Crepuscolo, del Giorno e della Notte giacciono a terra, non ancora collocate sui sepolcri.
Questa incompiutezza, lungi dall’essere un limite, diventa – come sottolinea Fanelli – uno dei valori fondativi della Sagrestia Nuova. Lo spazio architettonico, definito da una sofisticata partitura di pietra serena e marmo, rivela il metodo progettuale di Michelangelo, profondamente segnato dalla sua formazione di scultore. Le fonti ci informano che l’artista realizzò modelli lignei in scala 1:1, applicandoli direttamente alle pareti per controllare l’effetto plastico delle membrature: un procedimento eccezionale, che conferma come l’architettura michelangiolesca nasca da un controllo visivo e corporeo dello spazio, più che da un disegno astratto.
In questo percorso si inserisce anche il progetto della facciata di San Lorenzo, avviato nel 1516 sempre per volontà di Leone X. Si tratta del primo vero confronto di Michelangelo con il complesso laurenziano e di un’impresa che lo impegna intensamente per alcuni anni, attraverso disegni, studi e un grande modello ligneo (conservato oggi a Casa Buonarroti). Il progetto evolve da una concezione inizialmente bidimensionale, ispirata a Santa Maria Novella, verso una soluzione audacemente tridimensionale, in cui la facciata diventa una vera e propria estroflessione della navata, dotata di profondità e articolazione spaziale.
Le interviste sono state realizzate in occasione del convegno Michelangelo Buonarroti e l'Architettura - Roma, Accademia Nazionale di San Luca (28-29 gennaio 2026)
Il progetto della Sagrestia Nuova prende avvio nel 1519, quando papa Leone X de’ Medici affida a Michelangelo la realizzazione di una nuova cappella funeraria destinata a celebrare due membri della famiglia: Giuliano duca di Nemours e Lorenzo duca di Urbino, prematuramente scomparsi. La scelta di collocare la nuova sagrestia accanto alla Sagrestia Vecchia di Brunelleschi non è casuale: essa impone a Michelangelo un confronto diretto con il paradigma fondativo dell’architettura rinascimentale fiorentina. Tuttavia, il dialogo con Brunelleschi non si risolve in un’imitazione, bensì in una radicale reinterpretazione.
Michelangelo lavora alla Sagrestia Nuova in modo intermittente per oltre un decennio, in un contesto segnato da eventi politici drammatici: il ritorno dei Medici a Firenze nel 1512, il Sacco di Roma del 1527, la nuova cacciata dei Medici e infine la loro definitiva restaurazione nel 1530. Proprio in questi anni la Sagrestia assume la fisionomia di un cantiere instabile, continuamente sospeso tra ambizione monumentale e urgenze contingenti. Quando Michelangelo lascia definitivamente Firenze nel 1534, chiamato a Roma da papa Paolo III Farnese, l’opera è ancora incompiuta: le celebri sculture dell’Aurora, del Crepuscolo, del Giorno e della Notte giacciono a terra, non ancora collocate sui sepolcri.
Questa incompiutezza, lungi dall’essere un limite, diventa – come sottolinea Fanelli – uno dei valori fondativi della Sagrestia Nuova. Lo spazio architettonico, definito da una sofisticata partitura di pietra serena e marmo, rivela il metodo progettuale di Michelangelo, profondamente segnato dalla sua formazione di scultore. Le fonti ci informano che l’artista realizzò modelli lignei in scala 1:1, applicandoli direttamente alle pareti per controllare l’effetto plastico delle membrature: un procedimento eccezionale, che conferma come l’architettura michelangiolesca nasca da un controllo visivo e corporeo dello spazio, più che da un disegno astratto.
Dopo la partenza di Michelangelo, il cantiere viene portato avanti da altri artisti, tra cui Giorgio Vasari, che ne fornisce una lettura coerente con il nuovo clima culturale della metà del Cinquecento. Proprio Vasari, nelle Vite, individua nella Sagrestia Nuova l’esempio più alto della libertà inventiva di Michelangelo architetto, affermando che egli “ruppe i lacci e le catene” della tradizione. Un giudizio che coglie il senso profondo di questa architettura: un sistema in cui le regole classiche non vengono negate, ma piegate a una logica espressiva nuova, fatta di tensioni, slittamenti, ambiguità tra struttura e ornamento, tra scultura e architettura.La Sagrestia Nuova si configura non solo come la più alta testimonianza dell’attività architettonica di Michelangelo a Firenze, ma anche come un vero e proprio laboratorio sperimentale, la cui fortuna critica è legata proprio alla sua natura di cantiere interrotto.
In questo percorso si inserisce anche il progetto della facciata di San Lorenzo, avviato nel 1516 sempre per volontà di Leone X. Si tratta del primo vero confronto di Michelangelo con il complesso laurenziano e di un’impresa che lo impegna intensamente per alcuni anni, attraverso disegni, studi e un grande modello ligneo (conservato oggi a Casa Buonarroti). Il progetto evolve da una concezione inizialmente bidimensionale, ispirata a Santa Maria Novella, verso una soluzione audacemente tridimensionale, in cui la facciata diventa una vera e propria estroflessione della navata, dotata di profondità e articolazione spaziale.
L’abbandono del progetto non è dovuto a un ripensamento artistico, ma a precise circostanze storiche: la morte di alcuni membri della famiglia Medici e la necessità di destinare le risorse economiche alla costruzione della Sagrestia Nuova come spazio sepolcrale dinastico. Nonostante ciò, la facciata di San Lorenzo esercita una influenza duratura, diventando – come ricorda Fanelli – un testo fondamentale per la riflessione architettonica successiva. Architetti come Carlo Maderno, impegnato nella facciata di San Pietro, guarderanno a questo progetto non realizzato come a un repertorio di soluzioni e possibilità.Il valore del progetto per la facciata di San Lorenzo non risiede nella sua realizzazione, ma nella sua capacità di generare riflessioni e influenze durature, diventando un “testo” studiato e rielaborato da architetti e teorici, fino a incidere su grandi cantieri come quello di San Pietro.
Le interviste sono state realizzate in occasione del convegno Michelangelo Buonarroti e l'Architettura - Roma, Accademia Nazionale di San Luca (28-29 gennaio 2026)