Rai Cultura

Il tuo browser non supporta video HTML5

Io, Vittorio Storaro - II parte

Un incontro con il Maestro nell'inverno del 2025

Dopo i primi successi e il riconoscimento internazionale, la vita e la carriera di Vittorio Storaro continuano a intrecciarsi con esperienze che definiscono non solo la sua poetica, ma anche la sua visione del mondo. In questa seconda parte dell’intervista, il Maestro racconta i momenti fondamentali della sua vita personale e professionale, tra incontri, sfide e la forza dei legami che hanno segnato la sua arte.

Vittorio Storaro con la moglie Antonia. La coppia ha avuto tre figli: Francesca (1966), Fabrizio (1969) e Giovanni (1972)

Il racconto parte da un ricordo intimo: l’incontro con Antonia, futura moglie, mentre era ancora un giovane pronto a sostenere l’esame al Centro Sperimentale di Cinematografia. Quel momento appartiene alla sfera più privata, ma torna vivido alla mente molti anni dopo, nella notte della nomination agli Oscar per Apocalypse Now. La possibilità che il suo nome venga pronunciato davanti al mondo sembra chiudere un arco iniziato da ragazzo. Quando finalmente accade, l’emozione è talmente intensa da farsi fisica: un colpo al petto che lo immobilizza. È Antonia, con un gesto concreto, a dargli la forza per salire sul palco, dove ringrazia Francis Ford Coppola per la fiducia, la libertà creativa e la credibilità ricevute, cercando di tradurre in parole l’affetto e la gratitudine che quell’esperienza gli ha lasciato.

Gli inserti dalle Teche RAI restituiscono anche la percezione pubblica di Storaro. Nella trasmissione Ieri Goggi e domani (1988) Loretta Goggi lo definisce apertamente il più grande direttore della fotografia italiano, ricordando film diventati patrimonio del cinema mondiale: Novecento, Apocalypse Now, Reds, Il conformista, Ultimo tango a Parigi, L’ultimo imperatore. Ma al di là dei titoli, Storaro racconta la quotidianità del lavoro sul set, la necessità di confrontarsi con i registi e di costruire un linguaggio comune.
 
Vittorio Storaro osserva attraverso il mirino di una cinepresa sul set del cortometraggio “Captain EO” (diretto da Francis Ford Coppola), Culver City, California, 1985.(Foto di Steve Slocomb/Getty Images)

Il racconto si sofferma su Reds e sul rapporto con Warren Beatty, regista e artista completo. Per Beatty, la macchina da presa doveva muoversi solo seguendo l’attore. Abituato a un’altra grammatica visiva, Storaro accoglie la sfida e decide di comprendere quella prospettiva, rileggendo la sceneggiatura ogni giorno dal punto di vista dell’attore. Trasforma la difficoltà in un’opportunità di crescita, imparando a non restare prigioniero della propria visione, ma a entrare nella logica dell’altro, fino a costruire una sintonia progressiva che segnerà la sua esperienza professionale.
 

Per Vittorio Storaro, la cinematografia è sempre stata molto più di tecnica: è linguaggio, emozione, visione. Ogni luce, ogni ombra, ogni colore racconta una storia, svela l’invisibile e trasforma la realtà in poesia. È così che il cinema diventa eterno: un viaggio dentro l’animo umano, capace di parlare a chiunque, in ogni tempo e in ogni luogo.

Con L’ultimo imperatore, il filmato restituisce la profondità del sodalizio con Bernardo Bertolucci, un legame ventennale fondato su fiducia e rispetto reciproco. Bertolucci, in un repertorio RAI, sottolinea come Storaro non sia solo un talento straordinario, ma un compagno di lavoro insostituibile. Dopo la vittoria agli Oscar, Storaro racconta che il premio non rappresenta solo un riconoscimento per un singolo film, ma l’esito di un’intera vita dedicata al cinema e di un viaggio artistico condiviso. Racconta anche il momento della separazione professionale: Bertolucci decide di proseguire senza legare sempre il nome di Storaro ai suoi progetti, scelta accettata con rispetto e consapevolezza della libertà di entrambi.
 
Roma 1988 - Il diretore della fotografia Vittorio Storaro e il regista Bernardo Bertolucci. Foto Donatello Brogioni/Contrasto

Nella parte finale dell’intervista, Storaro riflette sul successo con prudenza e lucidità. Un Oscar è un grande riconoscimento, ma può diventare un peso psicologico o un’illusione se non affrontato con equilibrio. Per questo rivendica la necessità di restare presenti, senza farsi travolgere dall’ego. Il cinema, conclude, è un linguaggio universale, capace di parlare a ogni luogo del mondo.

Foto in copertina: 80ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2023. Vittorio Storaro alla 80ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2023. Photocall di Coup de Chance. Venezia (Italia), 4 settembre 2023.(Foto di Rocco Spaziani/Archivio Spaziani/Mondadori Portfolio via Getty Images)

Vedi anche: Io, Vittorio Storaro - I parte