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Io, Vittorio Storaro - I parte
Un incontro con il Maestro nell'inverno del 2025
Nato a Roma nel 1940, Vittorio Storaro, che si autodefinisce Autore della Cinematografia, ha firmato alcuni dei film più iconici della storia del cinema, vincendo tre Premi Oscar per Apocalypse Now (1980), Reds (1982) e L’ultimo imperatore (1988). Le sue collaborazioni con registi come Bertolucci, Coppola, Woody Allen, Warren Beatty e Carlos Saura hanno definito un nuovo modo di pensare l’immagine filmica. Ma, oltre ai premi e ai successi, il suo contributo più grande è teorico: ha sviluppato una vera e propria filosofia del colore cinematografico, in cui la luce diventa il cuore stesso della narrazione.
Dopo la scuola dell’obbligo, Storaro frequentò una scuola professionale di fotografia, per poi approdare a 18 anni al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, dove acquisì solide competenze tecniche sulla pellicola e sui processi di ripresa.
Tra le opere che segnano l’inizio della sua carriera, spicca Giovinezza, giovinezza (1968) di Francesco Rosi, uno dei registi più rigorosi e politicamente consapevoli del cinema italiano del dopoguerra. Unico film per Storaro girato in bianco e nero, si inserisce nella stagione del cinema civile italiano e rappresenta per lui una vera palestra espressiva. Attraverso il lavoro sulla scala dei grigi sviluppa una forte sensibilità per il contrasto, per la qualità plastica della luce e per la relazione tra illuminazione e racconto.
Sopra e sotto: Sul set di Apocalypse Now, 1987. Foto Vittorio Storaro
Per Storaro la luce è energia viva. Ogni colore, ogni intensità, ogni angolazione agisce sullo spettatore come una vibrazione fisica. Il colore possiede la stessa forza delle note nella musica e delle parole nella letteratura: racconta emozioni, stati d’animo, tensioni interiori. Guardare un’immagine cinematografica, per lui, significa lasciarsi attraversare da questa energia invisibile che modifica il nostro modo di sentire.
L’intervista con Storaro, registrata nel dicembre 2025, è arricchita da filmati storici delle Teche RAI.
Vedi anche Io, Vittorio Storaro - II parte
In copertina: Vittorio Storaro al lavoro sul film Piccolo Buddha, circa 1992. Foto di Richard Blanshard GettyImages
Tutto comincia tra il rumore delle bobine e il fascio di luce delle cabine di proiezione della Lux Film, dove lavorava suo padre come proiezionista. Da bambino lo faceva sedere su un seggiolone, e lui osservava quel quadrato luminoso in cui le immagini prendevano vita: è lì che nasce la sua fascinazione per la luce e per il cinema.Oggi, quando parla del suo lavoro, Storaro non parla di fotografia. Parla di scrittura visiva, di simboli, di percezione e di coscienza. Perché nel suo cinema la luce non illumina soltanto: rivela, emoziona, trasforma.
Dopo la scuola dell’obbligo, Storaro frequentò una scuola professionale di fotografia, per poi approdare a 18 anni al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, dove acquisì solide competenze tecniche sulla pellicola e sui processi di ripresa.
Tra le opere che segnano l’inizio della sua carriera, spicca Giovinezza, giovinezza (1968) di Francesco Rosi, uno dei registi più rigorosi e politicamente consapevoli del cinema italiano del dopoguerra. Unico film per Storaro girato in bianco e nero, si inserisce nella stagione del cinema civile italiano e rappresenta per lui una vera palestra espressiva. Attraverso il lavoro sulla scala dei grigi sviluppa una forte sensibilità per il contrasto, per la qualità plastica della luce e per la relazione tra illuminazione e racconto.
Il Conformista colpisce Francis Ford Coppola, che lo chiama a realizzare la fotografia di Apocalypse Now. Storaro inizialmente è esitante: un film di guerra sembra lontano dalla sua sensibilità fatta di sfumature e penombre. Ma Coppola gli consiglia di leggere Cuore di tenebra di Joseph Conrad prima di decidere, perché l’obiettivo non è raccontare la guerra, ma l’oscurità dell’animo umano. Coppola gli offre piena libertà creativa e Storaro trasforma la giungla in un viaggio simbolico tra luce e tenebra. I rossi incandescenti, le ombre profonde e le atmosfere crepuscolari diventano un’esperienza emotiva e sensoriale destinata a segnare per sempre il cinema mondiale. L’esito del lavoro gli valse il primo Oscar nel 1980.L’incontro con Bernardo Bertolucci segna l’inizio di un sodalizio artistico fondamentale, che porterà a una serie di capolavori, tra i quali uno dei primi è "Il conformista". In questo film Storaro comincia a usare il colore come una grammatica visiva: in un’epoca in cui il colore era considerato inadatto al dramma, lui lo trasforma in strumento narrativo.
Sopra e sotto: Sul set di Apocalypse Now, 1987. Foto Vittorio Storaro
Per Storaro la luce è energia viva. Ogni colore, ogni intensità, ogni angolazione agisce sullo spettatore come una vibrazione fisica. Il colore possiede la stessa forza delle note nella musica e delle parole nella letteratura: racconta emozioni, stati d’animo, tensioni interiori. Guardare un’immagine cinematografica, per lui, significa lasciarsi attraversare da questa energia invisibile che modifica il nostro modo di sentire.
L’intervista con Storaro, registrata nel dicembre 2025, è arricchita da filmati storici delle Teche RAI.
Vedi anche Io, Vittorio Storaro - II parte
In copertina: Vittorio Storaro al lavoro sul film Piccolo Buddha, circa 1992. Foto di Richard Blanshard GettyImages