Rai Cultura

Le note di sala del concerto n. 10 stagione 2025/2026

22 e 23 gennaio 2026, Auditorium Rai Torino

Maurice Ravel
Valses nobles et sentimentales

Al valzer e a Vienna Maurice Ravel ha dedicato due monumenti significativi. Il più famoso è La Valse, “poema sinfonico coreografico”: Ravel aveva cominciato a pensarci nei primi anni del secolo, proprio come un omaggio agli Strauss padre e figlio e agli splendori imperiali del secondo Ottocento; lo compose più tardi, nel 1919-1920 su richiesta di Sergej Djagilev che voleva alimentare il repertorio dei suoi Ballets Russes, e che però giudicandola inadatta alla danza respinse la partitura, da allora eseguita spessissimo in concerto. Sempre a Vienna e al valzer, ma a tutt’altro periodo e a tutt’altra società, è ispirato un altro capolavoro di lui, le Valses nobles et sentimentales: che già nel titolo alludono al primo romanticismo musicale e a quel ripiegamento intimistico di un mondo borghese e sereno succeduto agli sconvolgimenti e ai bagni di sangue dell’età napoleonica che dal titolo di un romanzo all’epoca famoso ancor oggi identifichiamo con il termine “Biedermeier”. Qui il riferimento, più ideale che musicale, è a Franz Schubert: autore di oltre cento valzer per pianoforte, destinati appunto al consumo domestico di un ceto medio colto e senza altre ambizioni che quella di una felicità tranquilla, e in particolare di due raccolte, edite con titoli molto eloquenti e significativamente in francese, richiamando la civiltà con la quale più si identificava il concetto stesso della Restaurazione: le trentaquattro Valses sentimentales, pubblicate nel 1827 come op. 50 e modernamente catalogate come D779  e le dodici Valses nobles op. 77, oggi D969, edite nel 1829.

Il lavoro prese forma nel 1911, più o meno a metà strada fra le prime intenzioni di Ravel a proposito della futura Valse e la loro realizzazione, in una prima versione per pianoforte. Ravel si stava allontanando sempre più da una prima fase stilistica che a torto o a ragione si suol definire “impressionista” per spostarsi verso una scrittura più asciutta e mordente seppure sempre calligrafica ed elegante. Un’evoluzione specialmente avanzata, ed evidente appunto nelle composizioni per pianoforte: “Il titolo Valses nobles et sentimentales è sufficiente a indicare la mia intenzione di comporre una serie di valzer sull’esempio di Schubert”, chiarì più tardi in seguito Ravel.
Al virtuosismo che stava alla base di Gaspard de la nuit succede una scrittura decisamente chiarificata, che rende più dure le armonie e più taglienti i disegni musicali
Scrisse quindi otto pezzi incatenati l’uno all’altro senza interruzione, sempre con la fisionomia ritmica e il senso di movimento del valzer ma passando attraverso scelte formali, situazioni stilistiche ed espressive diverse: con l’ultimo propose quasi un riepilogo dei precedenti, attraverso citazioni più o meno riconoscibili.

La prima esecuzione ebbe luogo il 9 maggio 1911 a Parigi, alla Salle Gaveau, in circostanze abbastanza curiose. Il pianista Louis Aubert presentò una serie di composizioni nuove e ancora inedite, lasciando che il pubblico ne indovinasse l’autore. Furono in pochi ad attribuire a Ravel le Valses, comunque accolte con poca simpatia proprio per gli aspetti più tardi descritti da Ravel. Poco dopo le pubblicò accompagnandole abbastanza enigmaticamente con una citazione dalla prefazione che Henri de Réigner aveva scritto per il suo romanzo Les Rencontres de monsieur de Bréot “…le plaisir délicieux et toujours nouveau d'une occupation inutile”. Poco tempo dopo Ravel orchestrò le Valses per ricavarne, su uno scenario scritto da lui stesso, un balletto, Adélaide, ou Le langage des fleurs, del quale diresse la prima rappresentazione sempre a Parigi al Théâtre du Châtelet il 22 aprile 1912, protagonista Natalija Trouhanova. Ma già il 15 febbraio Pierre Monteux aveva presentato le Valses in concerto al Casino de Paris, dando origine alla loro fortuna come composizione sinfonica, forse superiore anche a quella toccata all’originale per pianoforte grazie a un’orchestrazione ora trasparente e misteriosa, ora aguzza e sintetica, sempre ricca di fascino.

Fazil Say
Mother Earth 
Concerto per pianoforte e orchestra, op. 111

Ospite più volte dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai come pianista fra il 2003 e il 2007 - resta specialmente intensa nella memoria la sua interpretazione di The Age of Anxiety di Leonard Bernstein con la direzione di Yutaka Sado, nei concerti del 3 e 4 novembre 2004 - Fazil Say è già comparso nella sua programmazione anche nell’altra identità, quella di compositore, vissuta con altrettanto impegno e spesso spaziando fra linguaggi diversi, con The Silk Road per pianoforte e orchestra, eseguito in prima italiana il 2 febbraio 2007 da lui stesso nel concerto diretto da Stefan Asbury nell’ambito di Rai NuovaMusica.
Torna adesso a Torino ancora una volta in questa doppia veste e per una prima italiana, quella del suo recentissimo Mother Earth, commissionato da Cartier, la grande Maison produttrice di gioielli e orologi e altre proposte nel campo del lusso e della moda, in vista della partecipazione all’Expo 2025 di Osaka. La prima esecuzione ha avuto luogo il sempre con lui come solista e la direzione di Simone Menezes alla testa dell’Orchestra Filarmonica di Osaka il 23 maggio 2025, nella Symphony Hall, leggendaria nel mondo per l’acustica splendida; molti altri paesi hanno già ospitato o si preparano a ospitare nei prossimi mesi le prime esecuzioni.
Questa composizione come altre di Fazil Say si presenta come una interpretazione moderna del concerto per pianoforte e orchestra, segnata da un impegno strenuo del solista, sia sul piano espressivo sia su quello del virtuosismo, ma anche con una dimensione sinfonica indubbia e genuina
Un’elaborazione tematica intensa, condotta prevalentemente attraverso la ripetizione prolungata di incisi brevi, è affidata a un’orchestra ampia e ricca di colori, non senza apporti timbrici inconsueti specialmente in uno schieramento nutrito e variegato di percussioni, spesso chiamata a esporre in contemporanea proposte tematiche diverse, con la quale il pianoforte volta a volta dialoga e si alterna. Il suo significato è quello di un proclama ecologista, di un richiamo all’ambiente e ai rischi che corre, di un appello a reagire contro la crisi climatica che minaccia il nostro pianeta, la Madre Terra, appunto, e a difendere le forze naturali che le danno vita.
A queste, evocando i quattro elementi identificati dalle filosofie antiche, terra, acqua, aria, fuoco, alludono i titoli dei sei episodi che si susseguono senza interruzioni dopo un Prelude breve, affidato al pianoforte solo, e nel quale è esposto un tema principale, destinato poi a essere sviluppato in situazioni diverse ma collegate fra loro da questa origine comune, e nelle quali si affacciano anche citazioni da un lavoro precedente, Black Earth. Il tema in sé è semplicissimo, ed è esposto con calma, quasi monologando, in un Adagio espressivo. L’atmosfera si surriscalda rapidamente nella sezione successiva, Earth: l’indicazione è Allegro drammatico; passando dalla quiete meditativa del Preludio a una dimensione più ansiosa il pianoforte lancia segnali subito ripresi da archi e timpani e via via dalle altre sezioni dell’orchestra con segnali sempre più minacciosi, evocativi di terremoti e frane, dipingendo la Terra con i suoi eventi catastrofici. Un calo progressivo di tensione porta al terzo pezzo, Forest, introdotto dal richiamo suggestivo e misterioso di una colomba. Altre voci di animali disegnano il quadro della vita della foresta, sempre movimentato dalle escursioni del pianoforte; poi si affaccia un elemento di contrasto, il fuoco che incendia la foresta, fino a una catastrofe seguita ancora una volta da un momento di rarefazione. Il richiamo della colomba introduce il quarto pezzo, Interlude, un nuovo monologo del pianoforte, stavolta inquieto e animato, dal quale scaturisce, annunciato dal fruscio delle onde, il quinto episodio, Sea: la voce di un mare eterno e primordiale risuona e si ispessisce nel moto del pianoforte, sullo sfondo di un’orchestra che non esita ad accogliere anche un tintinnare di conchiglie. L’acqua, elemento primordiale, domina anche nel sesto pezzo, River; l’inno all’ambiente e alla natura si chiude sfumando verso il silenzio in un Postlude guidato dal pianoforte sullo sfondo leggero creato da sezioni ridotte dell’orchestra.

Modest Musorgskij 
Quadri di un’esposizione (orch. di Maurice Ravel)

Intorno al 1870 Viktor Aleksandrovič Hartmann, pittore e architetto pietroburghese, aveva incontrato i ragazzi del Gruppo dei Cinque, i giovani compositori della scuola nazionale russa, attraverso Vladimir Vasil'evič Stasov, il critico e storico dell'arte e della musica che era il loro animatore e maestro di pensiero, e aveva stabilito un’amicizia speciale con Modest Musorgskij, il più geniale e importante fra loro. Nel 1873 Hartmann morì improvvisamente, a soli trentanove anni. Nella primavera del 1874 Stasov organizzò a Pietroburgo una mostra di circa 400 opere di lui; bozzetti, disegni, impressioni di viaggio, progetti architettonici. Musorgskij andò a vederla, e in giugno compose i Quadri di un’esposizione - Ricordo di Viktor Hartmann, dedicandoli a Stasov: quindici pezzi per pianoforte, dieci dei quali ispirati esplicitamente ad altrettanti lavori di Hartmann, alternati irregolarmente a cinque Promenades (Passeggiate), nelle quali si poteva immaginare il visitatore della mostra spostarsi da una sala all’altra per poi fermarsi a guardare. Il ciclo fu pubblicato solo nel 1886, cinque anni dopo la morte di Musorgskij, accompagnato da note esplicative di Stasov, nella revisione di Nikolaj Rimskij-Korsakov: che come per Boris Godunov, Chovanščina e Una notte sul Monte Calvo giudicando l’amico un genio imperfetto e soprattutto impreparato aveva smussato molte asprezze dell'armonia e corretto presunte improprietà di scrittura. I Quadri entrarono presto nel repertorio dei maggiori pianisti in questo assetto, finché nel 1931 ne uscì un’edizione riportata all’originale, a cura del musicologo Pavel Lamm.

Intanto un volano ulteriore alla popolarità dei Quadri era arrivato con la versione orchestrale di Maurice Ravel, preparata nel 1922, su commissione di Sergej Kusevickij, che la diresse il 3 maggio 1923 ai “Concerts symphoniques” da lui fondati a Parigi, e divenuta a sua volta cavallo di battaglia dei massimi direttori fino ad assumere una sua identità autonoma. Non si trattò infatti di una semplice orchestrazione, quanto di un atto interpretativo, di una vera e propria reinvenzione. Ravel si attenne al testo originale, seppure nella revisione di Rimskij-Korsakov, con fedeltà assoluta sia nella struttura - fu soppressa solo l'ultima Promenade - sia nella sostanza dei pezzi. Cercando un’immagine sonora il più possibile autentica, ripeté la veste orchestrale che all'epoca si conosceva alle opere di Musorgskij, quella rutilante e fastosa sovrapposta sempre da Rimskij-Korsakov nelle sue revisioni, ma rileggendola da par suo. Lo spirito russo dei Quadri originali era esaltato e reso ancor più identitario in un colore “di cultura” rivissuto con mentalità europea; le sintesi scabre e fulminee di Musorgskij trovavano una dilatazione timbrica e fonica eccezionale, all'insegna di un virtuosismo intellettualizzato all'estremo.

Nella prima Promenade il visitatore muove i primi passi guardando un quadro dopo l'altro e fermandosi ogni tanto: un cammino irregolare, mimato da metri pure irregolari, con battute di cinque quarti, e più avanti di sette, che sono anche cifra stilistica inconfondibilmente russa così come la condotta armonica. Poi Gnomus: “Il primo quadro che si offra alla vista dell'autore”, avvisa Stasov, “rappresenta un piccolo gnomo dalle gambe fragili e contorte”. Una Promenade sfumata prepara la poesia di Il vecchio castello (in italiano nell'originale): il canto di un trovatore affidato da Ravel al sassofono, con un’intuizione timbrica e spaziale senza uguali. Terza Promenade, e un pezzo di carattere, Tuileries (“Dispute di bambini dopo il giuoco. Un viale delle Tuileries dove s'agitano bambini sotto la sorveglianza delle bambinaie”): Ravel si sbriglia in pennellate timbriche finissime. Bydlo, “Carro polacco dalle alte ruote, traballante, tirato da buoi”, è rivestito di colori tragici, cupi, compreso quello del basso tuba. Una Promenade trasparente porta al Balletto dei pulcini nei loro gusci: è un bozzetto per il balletto Trilby di Marius Petipa su musica di Julius Gerber, ma per noi è impossibile non pensare a Walt Disney, per le idee finissime di Musorgskij e i prodigi di Ravel. Samuel Goldenberg und Schmuyle, “Due ebrei polacchi, l'uno grasso e ricco, l'altro magro e povero”: una scena di ghetto, quasi hoffmanniana, ricavata da due bozzetti distinti; celebratissimo il passo della tromba, che dipinge il querulo e meschino Schmuyle.

Soppressa la quinta Promenade, ecco gli ultimi quattro quadri in un unico blocco. La piazza del mercato a Limoges (“Dispute di donne francesi al mercato, in mezzo a una folla animata e rumorosa”), scena vivacissima interpretata da Ravel con linee timbriche aguzze e moderne, quindi la poesia soprannaturale di Catacombae - Sepulcrum Romanum: “Hartmann ha raffigurato sé stesso sullo sfondo lugubre e impressionante delle catacombe di Parigi, con una lanterna in mano”. Diviso in due episodi, il primo statico e contemplativo, il secondo con un titolo, Con [sic] mortuis in lingua mortua, spiegato sul manoscritto originale con queste parole: “Il testo latino significa: con i morti nella lingua dei morti. Com'è laconico! Lo spirito creatore del defunto Hartmann mi conduce verso i teschi che da lui evocati s'illuminano dolcemente all'interno”. Con questa atmosfera misteriosa contrasta lo scatto feroce della Capanna di Baba-Yaga (“Il disegno di Hartmann evoca la capanna in forma d'orologio poggiata su zampe di gallina dove abita la Baba-Yaga”). Musorgskij ci aggiunge la galoppata a cavalcioni di un mortaio di questa tipica figura di strega delle fiabe popolari, che sfocia nel pezzo ispirato alla visione della Grande porta di Kiev. “Qui Hartmann ha abbozzato il progetto di una porta per la città di Kiev, maestosa, concepita nell'antico stile russo, sormontata da una cupola che ricorda il tipico elmo slavo”: il tema della Promenade trova la sua apoteosi, trasfigurando tutto l'itinerario emotivo dell'opera: lontana dall’essenzialità rude ma epica dell’originale, la cornice sonora di Ravel è splendida, e costruisce progressivamente una prospettiva grandiosa.

Daniele Spini



Biglietti per il concerto disponibili online