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Peter Galison, Harvard

Vedere l'invisibile: ricerca interdisciplinare sui buchi neri

Lunedì 4 maggio 2026, in occasione della giornata di studi promossa da Aspen Institute Italia in collaborazione con l’American Academy in Rome, dal titolo The Past, Present, and Future of Research: What Humanists, Artists, and Scientists Can Learn From Each Other (Il passato, il presente e il futuro della ricerca: cosa possono imparare gli umanisti, gli artisti e gli scienziati gli uni dagli altri), abbiamo incontrato Peter Galison, Joseph Pellegrino University Professor ad Harvard, direttore della Black Hole Initiative, Science Teams Lead per il Black Hole Explorer e Next Generation Event Horizon Telescope Collaboration Coordinator per il History, Philosophy and Culture Working Group, per approfondire il ruolo del dialogo interdisciplinare nella ricerca.

In questo contesto, il fisico e storico della scienza ad Harvard racconta il percorso scientifico e culturale che ha portato alla prima immagine di un buco nero, offrendo una riflessione su come la collaborazione tra discipline diverse abbia reso possibile un risultato di tale portata.

Per affrontare questa sfida, Galison ha contribuito a creare alla Harvard University la Black Hole Initiative, un gruppo interdisciplinare che riunisce filosofi, matematici, fisici teorici, astrofisici e osservatori, con l’obiettivo di comprendere la natura dei buchi neri. Uno degli obiettivi centrali del progetto era ottenere un’immagine di un buco nero, cioè rendere l’invisibile visibile. A questo scopo, la collaborazione internazionale ha collegato radiotelescopi distribuiti in tutto il mondo, costruendo una sorta di telescopio virtuale grande quanto la Terra. Il risultato di questo sforzo globale è stata la prima immagine di un buco nero, pubblicata nel 2019 e successivamente nel 2022.

L’impatto di queste immagini è andato ben oltre la comunità scientifica: sono apparse sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, sono state viste da miliardi di persone ed entrate persino nelle collezioni del Museum of Modern Art di New York. Per Galison, ciò dimostra come queste immagini abbiano assunto un ruolo culturale oltre che scientifico, diventando oggetti di riflessione anche estetica: cosa sono davvero queste immagini? Sono fotografie o rappresentazioni costruite?

Il fisico sottolinea inoltre come, durante il processo di realizzazione, la scienza abbia incontrato dimensioni inattese, dalle scelte estetiche nella colorazione delle immagini fino alla forte componente emotiva vissuta dagli scienziati coinvolti, colpiti dalla visione di qualcosa che fino a quel momento era solo teorico.

Infine, Galison evidenzia un aspetto più ampio: in un’epoca in cui la fiducia nella scienza è spesso messa alla prova, la collaborazione globale che ha portato alla “foto del buco nero” rappresenta un esempio raro di progetto scientifico condiviso, capace di rafforzare il rapporto tra scienza e società. Come osserva lo stesso Galison:

“One of the great charms of black holes is they're completely unpolitical.”
Peter Galison

Uno degli elementi che, secondo lo studioso, rende ancora più significativo questo risultato è proprio il carattere dei buchi neri stessi: completamente apolitici. Questa loro natura diventa così una metafora del modo in cui la ricerca scientifica può oltrepassare confini, interessi e divisioni. In un contesto globale segnato da tensioni geopolitiche e polarizzazioni crescenti, il progetto mostra il valore di un’impresa scientifica costruita su obiettivi comuni e non schierati, in cui la conoscenza si sviluppa attraverso una cooperazione realmente globale.