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Fantasie minor
Marco da Silva Ferreira a Torinodanza
Con un titolo che attinge al lessico del pianoforte, Fantasie minor nasce dal mio incontro con Chloé Robidoux e Anka Postic, giovani danzatori di Caen, in Normandia.
I due danzano insieme sin da quando erano bambini e hanno entrambi alle spalle un percorso nella danza urbana (hip-hop, dancehall, house dance), che ha avuto ruolo importante nel loro rapporto e nella loro formazione individuale.
Questo progetto risponde alla proposta del Centre Choréographique National de Caen in Normandia di immaginare una coreografia che possa essere messa in scena in tanti posti diversi: infatti, con un palco facilmente adattabile, Fantasie minor può essere rappresentato al chiuso, all’aperto, nei teatri, nei giardini, nelle piazze pubbliche, e così via. Lo spazio scenico impone una vicinanza costante ai danzatori, un fattore con cui devono fare i conti e confrontarsi.
Questa condivisione di spazio tra due persone è anche il tema centrale della musica dello spettacolo, la Fantasia in fa minore, op. 103 di Franz Schubert, una composizione per pianoforte a quattro mani che fa eco ai quattro piedi dei danzatori in questo spazio così ristretto. Venendo dalla cultura della danza urbana, fatta di “battles” e “cyphers”, i due performer reinventano costantemente la loro tecnica. Tra loro c’è un rapporto allo stesso tempo fraterno e competitivo, come se rispondessero continuamente alle logiche del gioco. Questi elementi biografici, queste reminiscenze della giovinezza, attraversano una composizione coreografica ispirata alle danze che questi corpi hanno studiato. Per come la vedo, Fantasie minor è una sorta di rito di passaggio, idea sottolineata anche dalla Fantasia in fa minore di Schubert, l’ultimo brano che ha composto prima della sua morte, all’età di 31 anni, quasi come il presagio di un altro rito di passaggio.
La danza interagisce con questa composizione con il tipico approccio illustrativo che le danze urbane hanno nei confronti della musica. La performance inizia in modo virtuosistico, quasi trionfante, ma col procedere della coreografia emergono altre sensibilità. Come se, al di là del “conquistare il palco e il pubblico” i danzatori si concedessero di provare o rivelare una dimensione più fragile. La musica attraversa gli stati d’animo che permettono ai danzatori di alternare queste due sensibilità. Gli stivali con la punta rigida che hanno ai piedi amplificano queste variazioni. Indossati come scarpe da balletto per tutta la durata della coreografia, conferiscono ai corpi un aspetto più pesante e radicato al suolo. Il duetto è costruito intorno al contrasto tra i piedi che colpiscono la terra con forza e sicurezza e il piqué quasi cristallino del balletto classico. L’assurdità e il virtuosismo diventano il trampolino per una riscoperta estetica, tecnica e personale».
Marco da Silva Ferreira