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Fabio Mauri si racconta

Autoritratti d'Arte Contemporanea, 1993

Per il programma condotto da Gabriele la Porta “Parlato semplice” (DSE, 1992-1993), questa autobiografia di Fabio Mauri è stata realizzata nello studio dell’artista a Piazza Navona, dall’autore e regista di programmi culturali Rai, Giudarello Pontani.
Fabio Mauri era nato a Roma nel 1926 da Umberto Mauri, impresario teatrale, direttore generale della Mondadori, prima di diventare proprietario della casa di distribuzione Messaggerie Italiane e Maria Luisa Bompiani, sorella di Valentino Bompiani. 


In ordine: Mimmo Rotella, Achille Perilli, Fabio Mauri, Gino Marotta, Piero D'Orazio, Giulio Turcato e Gastone Novelli al caffè Rosati di Piazza del Popolo, Roma 1960 - Foto di Virginia Dorich Dorazio © Courtesy Fabio Mauri Estate e Hauser & Wirth

Mauri cresce in un’ambiente molto colto; qui racconta che in casa entravano D’Annunzio, Pirandello, Savinio, De Pisis, Moravia, Piovene e tanti altri. Da giovane, vissuto e cresciuto tra Bologna e Milano, frequentava Pier Paolo Pasolini e Francesco Leonetti, con i quali fondava le riviste letterarie “Il setaccio” (1942-43) e successivamente, “Officina” (1955-1959). Ancora nel 1967, mentre iniziava a farsi conoscere come artista nell'entourage di Piazza del Popolo, fondava con Umberto Eco, Edoardo Sanguineti e Angelo Guglielmi, la rivista “Quindici”.
In questa intervista racconta che, subito dopo la guerra per il trauma subito dalla morte di amici, passa attraverso seri problemi di salute psichica, tanto da arrivare quasi al mutismo e a gravi crisi che superò con sostegni psichiatrici, oltre che abbracciando la dimensione spirituale che lo accompagnerà per tutta la vita. 
Tornato a Roma da Bologna, sposa la giovane e promettente attrice Adriana Asti: il matrimonio dura pochi anni.
Fabio Mauri, Schermo-Disegno / Verticale-Orizzontale, 1957, Tempera su carta, 70×100cm. © Courtesy Fabio Mauri Estate e Hauser & Wirth

Mauri iniziava a dipingere negli anni Cinquanta del Novecento; dal 1957, stabilito nell’Urbe, intraprende la frequentazione dei pittori di Piazza del Popolo mentre, contemporaneamente, lavora alla Bompiani dello zio.

Nell'intervista racconta del clima fervente di idee e della sua ricerca metodica di un elemento che potesse rappresentare l’epoca contemporanea: nasce così  “lo Schermo”

Il primo è del 1957, ma l'idea avrà un’immensa fortuna nella sua produzione futura. Se a suo dire l'oggetto rimandava al cinema, come anche all’affresco, per Mauri era una superficie neutra e bianca dove poter “proiettare le immagini del proprio tempo”.

Questo fino al 1964, quando ci fu lo sbarco della Pop Americana “che rese tutti eufotici, non me”, io sentii che era una specie di sbarco di Pearl Harbor …
Fabio Mauri

Nella fase Pop di fine anni Sessanta, l'artista diventa consapevole della coesistenza di due grandi ideologie europee del momento, quella del marxismo e quella del liberismo; Mauri capisce che le due strade sono inconciliabili e in questo processo di pensiero inizia a riflettere sul “rimosso della coscienza europea”.

Fu allora che scoprì come l’ideologia fascista che aveva conosciuto nella sua giovinezza era ancora “serpeggiante ed attiva” 

Mauri parla di una riflessione lenta ma profonda: racconta che dal 1970 matura il tema dell’ideologia in una serie di performance, da “Che cosa è il fascismo” (Fabio Mauri. Che cosa è il fascismo) ed “Ebrea” (1971), a “Ideologia e natura” (1973), Oscuramento (1975) e tante altre. Nell’intervista, si sofferma sulla performance “Ebrea”, per lui un’esperienza “di culmine” destinata a passare alla storia come una delle sue opere maggiori che lo ha portato a riflettere su “cosa è la vita”. Realizzata per una personale dell’artista curata da Furio Colombo e Renato Barilli alla Galleria Barozzi di Venezia, nel 1971,

Ebrea” è stata una performance radicale, in cui l’elemento del male viene indagato nella sua continuità e per la prima volta, nella sua eredità. Orripilanti reliquie di diversi manufatti dell’installazione materializzano il concetto di "male

Mauri induce lo spettatore ad immergersi nella terribile industria nazista che utilizzava parti umane dei deportati attraverso una serie di oggetti prelevati dal quotidiano: utensili, complementi d’arredo, saponette e finiture per cavalli. In questo ambiente evocativo entrava in scena una ragazza, senza abiti e con una stella di David tracciata sul petto: guardandosi a uno specchio, taglia alcune ciocche dei propri capelli per attaccarle  lentamente all'oggetto e formare così una seconda stella di David.
Nel suo lavoro, Mauri indaga il razzismo come fenomeno universale, prendendo come esempio supremo l’antisemitismo che ha trovato il culmine negli anni Quaranta del Novecento. Così l’artista, pur non essendo ebreo, né figlio di ebrei, racconta la sua vicinanza a un popolo divenuto suo malgrado simbolo delle conseguenze dell’odio.
 
FOTO DI COPERTINA
Fotogramma di Ebrea