I muri di Francesca Fini

    Miss America tra disegni e robot

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    Miss America",  realizzato poco tempo fa al Macro di Roma,  è l'ultimo lavoro di quella che è probabilmente la più importante attrice performativa, non solo italiana. Stiamo parlando di Francesca Fini che si divide tra l' Italia ed il mondo,  dove è spesso chiamata per replicare le sue performances. 

    Si tratta di un installazione che ha avuto inizio con la costruzione di un muro simbolico, realizzato asemblando dei moduli di cartone trovati per caso in rete, la cui forma sinistramente evocativa a forma di svastica - che sembrerebbe frutto dell' inconsapevolezza del produttore - si inserisce però perfettamente nel concept del lavoro.

    Il muro,  qualsiasi sia il suo colore, la sua latitudine e la sua fattura, materiale o mentale, è un idea intrinsecamente fascista, sostiene la Fini, e se è pensato per tenere fuori gli indesiderati finisce per imprigionare chi si trova dentro. Esso ha dunque una doppia valenza: separazione dall' esterno e controllo dall' interno. Questo principio ha la sua manifestazione plastica nella seconda fase del lavoro, quando, all' interno dell' area circoscritta del muro, l'artista marca il territorio con i colori, i simboli e le forme della bandiera americana, con evidente riferimento all' attualità. In questa fase la Fini è coadiuvata da alcuni piccoli robot che interagiscono con l' installazione. Quelli posizionati all' interno del muro, dotati di pennarelli neri, contribuiscono e allo stesso tempo interferiscono costantemente con il disegno che l' artista sta realizzando, tendendo anche ad espandere le loro traiettorie randomiche e finendo inevitabilmente ai confini dell' aria performativa, dove aggrediscono i mattoncini di cartone per cercare una via di fuga verso l' esterno.

    La performance si sviluppa quindi nel tentativo di proseguire il disegno da parte dell' artista, che nel frattempo cerca di monitorare il conportamento dei robot, riportandoli all' interno del perimetro quando escono e ripristinando i cedimenti del muro: una danza goffa ed affannosa in cui si consuma la natura grottesca del controllo.

    Ma ci sono anche altri robot, quelli posizionati all' esterno del muro e che, dopo alcuni tentativi di ingresso, trovano direttrici alternative, abbandonando il confine ed esplorando la stanza nella sua interezza. Se si volesse trovare un senso al conportamento meccanico di questi dispositivi privi di coscienza, si potrebbe dire che il muro è prigione prima di essere ostacolo, e che paradossalmente riguarda più da vicino chi si trova dentro.

    Infatti nessun sistema meccanico o biologico, semplice o complesso, programmato per espandersi può essere trattenuto all' esterno di un ' area chiusa e circoscritta: da una parte abbiamo un muro, dall' altra un' inarrestabile e imponderabile entropia all' interno ed all' esterno di esso.