Lo studio di Canova a Roma

Un racconto di Maria Vittoria Marini Clarelli

Nel 1779 Canova è per la prima volta a Roma e l’incontro con l'ambasciatore di Venezia al Vaticano, il cavalier Zulian, è decisivo per il suo futuro, come ci riferisce il suo amico Antonio d’Este nel libro Memorie di Antonio Canova

“L'ambasciatore di Venezia che per le commendatizie ricevute non perdeva di vista il mio amico; nella sua perspicacia ed oculatezza presto conobbe che nel Canova allignavano disposizioni all'arte non comuni.” 

L’ambasciatore, descritto da d’Este un animo nobile e generoso, propone a Canova di rimanere a Roma senza doversi preoccupare di altro che “procacciarsi i lumi necessarj onde progedire nell’arte”. 

“Casa, tavola e locale per lo studio lo somministrerò io - avrebbe detto l’ambasciatore Zulian a Canova - e contemporaneamente mi adoprerò presso il Senato per ottenervi una pensione di venticinque ducati d'argento al mese, e con tali mezzi potrete studiare a vostro bell'agio e farvi onore.» 

La reazione di Canova, descritta sempre da Antonio d’Este, svela la sua umiltà: 

"A tali generose espressioni il Canova non seppe che rispondere; fece solo osservare al Zulian, che la patria non dovea caricarsi di un peso senza speranza positiva ch'egli ne traesse vantaggio pe' suoi studj, e che grato a questo singolare benefizio, avrebbe con tutte le sue forze procurato di rendersene meritevole." 
Tratto da "Memorie di Antonio Canova" di Antonio d'Este

Cosi, grazie alla pensione ottenuta dalla Repubblica di Venezia,  Canova è ospite dell’Ambasciata della Serenissima che ha sede a Palazzo Venezia. 
Il suo destino ha una svolta: in breve tempo i committenti italiani e stranieri iniziano a presentarsi nel suo studio a Palazzo Venezia. 

Nel 1783, quando subentra un nuovo ambasciatore della Serenissima a Roma, Canova sposta il suo studio in via delle Colonnette, presso la via di Ripetta. 


Roberto Roberti (1786 - 1837), Lo studio di Canova in Roma. Tempera su carta, 25 x 33, 5 cm, Museo civico di Asolo. Si ringrazia il Museo civico di Asolo per la gentile concessione.

Canova ha oramai alle sue dipendenze molti scultori e un metodo di lavoro e vita ben saldo, come ci riporta il suo amico d’Este. 

"E qui non sarà discaro al lettore, che di cotal metodo accenni i modi da lui osservati in giovanile età. Sedeva incomodo: dormiva poche ore sopra duro letto e non di lusso: il vitto era semplice e sobrio, e beveva pochissimo vino. Prima di andare a pranzo, immergevasi in un bagno di acqua fredda, entro un recipiente fatto costruire a quell'uso, nella stanza terrena della casa da lui abitata nell'ultimo piano, incontro la chiesa de Greci, contrassegnata oggi col numero 66: e questo lo faceva in tutte le stagioni. Lasciò dipoi il bagno freddo per una pericolosa malattia sofferta lo stomaco al chilo. Stabilito il metodo di vita famigliare, si propose l'altro che seguir volea per l'arte, onde formarsi un capitale di studj, che poi gli furono di giovamento per realizzare le idee che gli bollivano in capo ed erano fisse in cima de' suoi pensieri. Sollecito la mattina ad alzarsi dal letto, gareggiava al solito col sole a chi era il primo a levarsi, e senza mai esser vinto, recavasi al suo studio; quindi metteva all'azione il modello per disegnare l'accademia, impiegandovi circa un'ora: in alcuni giorni variava con la modella; altre volte si serviva dell'uno e dell'altra, vestendoli con drappi, ed aggruppandoli, per studiare dal vero le mosse, i partiti di pieghe, le variazioni e gradazioni delle ombre e gli effetti che quelle facevano: egli non fidavasi dei così detti manichini di legno, bensì dei modelli viventi, per vedere il migliore risultato delle sue meditazioni." 
Tratto da "Memorie di Antonio Canova" di Antonio d'Este


Lo studio di Canova diventò in seguito una delle tappe romane dei viaggiatori del Grand Tour

"Teneva a tutti aperta la sua officina, e tolse via l'usanza di non far penetrare alcuno nel suo studio mentre lavorava, come fanno gli artisti prima di esporre al pubblico le loro produzioni; tutti indistintamente ammettendo, perchè di ognuno rispettava l'opinione, e squarciando così il velo all'impostura. Ebbe egli la massima di lavorare per tutti i ceti, se fosse stato possibile, e da tutti apprendere qualche cosa; di lavorare in fine per il maggior numero e per il numero minore, mentre assai compiacevasi di ascoltare dai primi espressi gli spontanei sentimenti del cuore e della natura, dai secondi, i giudizi della scienza e dell’arte." 

In questo servizio girato nell’ambito della mostra Canova. Eterna Bellezza al Museo di Roma  Palazzo Braschi  in corso fino al 21 giugno 2020, la Sovrintendente Capitolina  Maria Vittoria Marini Clarelli ci parla degli studi di Canova a Roma