Nuove scoperte sul Codice Cospi, raro manoscritto azteco

    Grazie a un'equipe di ricercatori italiani

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    Custodito alla Biblioteca dell’Università di Bologna si trova uno raro manoscritto azteco del Messico antico, realizzato tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, che serviva agli indovini a predire il destino  e indicare le pratiche rituali utili ad affrontarlo. 


    E’ uno dei soli circa dodici codici mesoamericani precoloniali oggi esistenti e ha una forma curiosa e un contenuto enigmatico.  E’ nominato Codice Cospi perché fu il nobile bolognese Ferdinando Cospi che, diventato proprietario del libretto, nel 1672 lo donò al Senato di Bologna. Nel 1743 il codice passò, con tutto il Museo Cospiano, all’Istituto delle Scienze e poi, nel 1803, all’ateneo bolognese, così che il manoscritto entrò a far parte della collezione della Biblioteca Universitaria dove è tuttora conservato.

    Un piccolo libretto ripiegato a fisarmonica, che maneggiato con cura in un attimo diventa una striscia di pelle (probabilmente di daino) di oltre tre metri, costituito da 20 pagine di circa 18 x 18 cm ciascuna, dipinte da artisti-scribi su entrambi i lati con un’ampia gamma di colori e racchiuse tra due copertine rigide.

    Questo raro manoscritto, usato da rabdomanti o indovini per prevedere il destino di persone e gli eventi sulla base di calcoli calendrici e fenomeni astronomici, è stato oggetto di studi e analisi approfondite non invasive effettuate da un equipe italiana per la prima volta nel 2006; queste indagini sono state utilizzate dai ricercatori coinvolti (Davide Domenici, Antonio Sgamellotti e Costanza Miliani) per poter analizzare anche gran parte dei manoscritti precolombiani oggi esistenti nel mondo.


    Ora, nell’ottobre 2020, lo stesso gruppo di ricercatori ha indirizzato la propria attenzione ancora una volta al Codice Cospi impiegando nuove tecniche di indagine per mappare la distribuzione dei materiali usati e ricostruire la composizione dei colori.

    In questo servizio vi presentiamo i risultati di questa indagine.

    Le analisi si sono svolte grazie a un finanziamento concesso al Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Università di Bologna dalla Fondazione Carisbo attraverso il bando Arte e Cultura, e realizzate da un’equipe di ricercatori del Centro di Eccellenza Scientific Methodologies Applied to Archaeology and Art (SMAArt) dell’Università di Perugia, dell’Istituto di Scienze e Tecnologie Chimiche "Giulio Natta" del CNR (SCITEC-CNR) e dell’Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale del CNR (ISPCCNR) aggregati nella piattaforma di accesso MOLAB del nodo italiano di E-RIHS.it. Avanzate tecniche di imaging iperspettrale e fluorescenza sono state impiegate per indagare la composizione dei materiali pittorici utilizzati nella realizzazione del manoscritto, esplorando così le complesse tecnologie di produzione del colore sviluppate dagli antichi popoli mesoamericani.


    Si ringrazia Luca Sgamellotti per tutte le foto utilizzate in questo servizio.