Questa è vera fotografia

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Gianni Berengo Gardin si racconta. In parole povere

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Due milioni di scatti rigorosamente in bianco e nero che spaziano dal reportage umanista alla descrizione ambientale, dall'indagine sociale alla foto industriale, dall'architettura al paesaggio. Gianni Berengo Gardin, nato a Santa Margherita Ligure, il 10 ottobre nel 1930, vissuto a Roma negli anni del fascismo, poi a Venezia, a Parigi, a Milano, ha attraversato con il suo obiettivo tutto il secondo Novecento, fino ad oggi, mostrando le trasformazioni dell'Italia e dei Paesi europei, ma guardando anche a Oriente e oltre, in più di duecentocinquanta volumi.

Rai Cultura ha raccolto una testimonianza del maestro italiano che a novant'anni affida le proprie memorie al libro In parole povere. Un'autobiografia con immagini, pubblicato da contrasto, esito delle conversazioni con la figlia Susanna e introdotto da una lettera dell'amico Ferdinando Scianna.


Gianni Berengo Gardin. Tania/contrasto

Nell'autobiografia ricorda un lungo apprendistato e, soprattutto, ricorre spesso la considerazione circa l'importanza dei maestri per la crescita professionale. Quale è stata la sua formazione e quali i suoi maestri? 

Io ero un fotoamatore, ho fatto per cinque, sei anni fotografie per diletto. Poi, uno zio che viveva in America che era molto amico di Cornell Capa, il fratello di Robert Capa, diventato il direttore del Centro di Fotografia di New York, gli ha chiesto che libri mandare a questo nipotino che viveva a Venezia e che si interessava di fotografia, e io ho imparato tutto dai libri che mi ha mandato Capa: i libri di Life, della Farm Security  Administration, di Dorothea Lange, dello stesso Capa e soprattutto di James Smith. Poi, anni dopo, ho conosciuto i libri di Henri Cartier-Bresson e dei fotografi francesi e cosi ho imparato a fotografare. Purtroppo oggi i giovani realizzano le immagini e non gli interessa che siano buone o cattive, non studiano, non si applicano come ci applicavamo noi. Perché la fotografia è un mestiere come l'architetto o il dottore o il calzolaio e la cultura fotografica è essenziale, è come se un suonatore di Beethoven non sapesse chi è Beethoven.

Dall'Italia rurale agli anni della contestazione, alle coppie che si baciano in strada, fino al passaggio dei transatlantici a Venezia, reportage realizzato tra il 2012 e il 2014: è sempre rimasto fedele all'idea della fotografia come strumento di testimonianza oggettiva?  

Per me la fotografia è sempre stata documento e non credo nella cosiddetta foto artistica che oggi va tanto di moda. Quindi, anche i duecentosessanta libri che ho realizzato, tanti sono importanti subito ma saranno ancora più importanti tra duecento anni perché documenteranno come eravamo nel Duemila.

Lei è stato definito il “Cartier-Bresson italiano”. E' una definizione pertinente? E quali sono le affinità con la fotografia francese? 

Con Cartier-Bresson ho avuto solo rapporti saltuari, il grande amico di Cartier Bresson è Ferdinano Scianna, però a Parigi da giovane, tra il '53 e il '54  ho frequentato Doisneau, Masclet e Willy Ronis.

Io, in realtà non sono  il “Cartier-Bresson italiano”, sono il “Willy Ronis italiano” perché da lui ho imparato quasi tutto, sia la pratica che la teoria. E a Parigi ho scoperto la foto umanista, quella che i francesi chiamano la foto umanista.  




Venezia, 2012 - Caffè Florian. Gianni Berengo Gardin/contrasto

Già in uno dei primi lavori, Venise des Saisons, il libro pubblicato nel 1965, rivelava una spiccata attitudine alla narrazione, ad esplorare i fenomeni sociali con un metodo analitico, persino scientifico...

Le mie fotografie hanno due aspetti, o la foto singola che racconta qualcosa, alla Cartier-Bresson, tanto per dare un esempio, o più fotografie che raccontano qualcosa, quindi con i libri, composti di cinquanta, sessanta foto, riesci a raccontare di più una situazione, un paesaggio, una città. Con questo approccio ho fotografato tante realtà: gli zingari, gli ex carcerati a Genova, ho denunciato la presenza delle grandi navi a Venezia. Mi interessava l'uomo dal punto di vista sociale. Generalmente quando si pensa alla fotografia sociale ci si riferisce alle immagini dei diseredati, degli esclusi, di quelli che stanno male, ma per me tutto è foto sociale: anche quando fotografo i principi Torlonia, perché fanno parte della nostra società. E un altro lavoro molto importante è stato quello realizzato con Luciano D'Alessandro Dentro le case. Per la prima volta abbiamo fotografato le case degli italiani con la persona che ci abitava e in base alle statistiche Istat di allora, eravamo nel 1977, abbiamo fatto proporzioni di fotografie secondo la classe sociale: sottoproletariato, proletariato, borghesia e ricchi. 


Milano, 2006. Casa circondariale di Milano Bollate. Il cortile.
Gianni Berengo Gardin/Contrasto

Tra le storie fotografiche più forti, negli anni Settanta ha firmato anche Morire di classe, il reportage sugli ospedali psichiatrici dove l'obiettivo entrava in strutture intenzionalmente occultate alla società. Con quale intento si è avvicinato al luogo, alle persone?

Con l'intento della denuncia. Non ho mai fotografato la malattia e l'uomo malato ma le condizioni nelle quali erano tenuti i malati di mente prima dell'intervento di Franco Basaglia.
 
Siena, 2011 - L'archivio all'interno dell'ex istituto psichiatrico.
Gianni Berengo Gardin/contrasto

Lei ha sempre definito le sue foto un prodotto di artigianato e non una creazione artistica. Non trova che siano mondi comunicanti?

Insisto nel dire che il lavoro del fotografo è d'artigiano, perché si fa con le mani, con le macchine, c'è la camera oscura che io adesso rimpiango di non fare più ma per quaranta anni ho fatto camera oscura e più lavoro d'artigiano di quello non esiste. Però ho frequentato molti pittori famosi a Venezia, come Vedova, Tancredi. Erano amici e, quindi, li ho fotografati, avevo una grande ammirazione, ma non mi sono mai sentito un artista come loro.

E' stato detto che alcune mie fotografie sono poesia, ma io non ho mai inteso fare poesia, ho sempre cercato piuttosto una fotografia che raccontasse il nostro vissuto.


Eppure, anche nei sui lavori si ritrova uno sguardo molto attento alla costruzione dell'immagine, all'armonia, alla geometria delle forme...

Capita. Quando faccio una foto cerco di comporre al meglio possibile, ma la composizione passa sempre in secondo piano, rispetto al soggetto. E' il soggetto che fa la fotografia e non è merito del fotografo, è merito del soggetto fotografato o dei soggetti di comportarsi in un certo modo. L'abilità del fotografo sta nello scattare al momento giusto.


L'Aquila, 2011 - Dopo il terremoto del 6 aprile 2009 - Gli uffici giudiziari trasferiti nell'area industriale di Bazzano. Gianni Berengo Gardin/contrasto

Nella sua vita ci sono tanti libri e tante letture, anche di romanzi. L'immaginazione dei narratori ha contribuito a costruire il suo modo di guardare alla realtà?

Le mie due passioni sono Simenon, perché fa delle descrizioni d'ambiente straordinarie e quando sono andato in Francia ho ritrovato queste situazioni e poi i narratori americani. Da giovane ero un fanatico di Steinbech, Faulkner, Hemingway, ho molto amato le loro descrizioni e ho ritrovato esattamente in America le foto che mi interessava fare e, quindi, dalla letteratura si impara molto a fotografare. 

Il linguaggio in bianco e nero identifica, da sempre, il suo lavoro. Non è mai stato conquistato o tentato dalla visione a colori della realtà?

No assolutamente no, anche se quando ho lavorato quindici anni per il Touring Club Italiano ho fatto lavori a colori ma erano soprattutto dei paesaggi e foto di architettura, mai reportage. Il reportage l'ho fatto sempre in bianco e nero perché sono nato con la televisione e il cinema in bianco e nero. E tutti i miei maestri erano al cento per cento maestri in bianco e nero. 

Che cosa rappresenta il digitale per un fotografo? E' uno strumento che avvicina o allontana dalla realtà? 

Io non sono contro il digitale. Il digitale mi va anche bene però io preferisco ancora la pellicola perché è più plastica, e poi con il digitale si guarda sul computer e non si stampa quasi niente, con la pellicola si stampa tutto ed esistono gli archivi. Non esisteranno più gli archivi, perché cambia il modo di leggere le fotografie e non sappiamo quanto dureranno negli anni. Invece io sono contrarissimo al photoshop perché si cambia al computer quello che ha visto il fotografo. La foto taroccata al photoshop non è più la foto che ha visto il fotografo. Se uno dichiara che l'ha manipolata al photoshop mi va anche bene perché non è più una fotografia ma è un' immagine, però se non lo dichiara dà al lettore una visione falsa.

Per questo lei sente l'esigenza di certificare l'autenticità delle stampe con il timbro “vera fotografia”?

Sì appunto, perché è vera fotografia, non taroccata al computer e non modificata o addirittura inventata. Perché se si cambia la realtà diventa una truffa al lettore, a chi la guarda, perché noi ormai attribuiamo alla fotografia la verità.
 

Milano, 2006. Folla durante u​na manifestazione. Gianni Berengo Gardin/contrasto

Quale messaggio vorrebbe trasmettere ai giovani che intraprendono la sua stessa professione?

Oggi questo mestiere non è più retribuito come una volta. Facciano reportage per diletto, non per vivere. Il reportage si fa per passione. 

Gianni Berengo Gardin, In parole povere. Un'autobiografia con immagini, contrasto

In copertina: Milano, 2012 - Una giovane coppia si bacia sul marciapiede. Gianni Berengo Gardin/contrasto