Palazzo Balbi Senarega

    Gli affreschi di Valerio Castello

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    I Balbi furono una delle più influenti famiglie dell’aristocrazia dirigente della Repubblica di Genova. Palazzo Balbi Senarega, sorse sul lato a mare di Strada Balbi, su progetto dell’architetto Bartolomeo Bianco, a partire dal 1618, per volere dei fratelli Giacomo e Pantaleo Balbi

    Giacomo e Pantaleo, come tutti i Balbi, furono abilissimi mercanti e banchieri che utilizzarono buona parte delle loro ricchezze per rendere unica la loro dimora. Palazzo Balbi Senarega diventava all'epoca il secondo nucleo per importanza dei Palazzi dei Rolli, dopo i 12 edifici già siti in Strada Nuova. 
    Strada Balbi aveva l’originaria funzione di ampliare la via commerciale che serviva a portare le merci provenienti dal porto verso l’uscita ovest della città, dove un tempo si collocava Porta di San Tommaso. 
    A fine Cinquecento, iniziarono le costruzioni di sei palazzi sui due lati della via e come per i lotti di Strada Nuova, gli edifici di via Balbi che sorgevano su un terreno libero da costruzioni preesistenti, permettevano l'utilizzo della pianta quadrata, caratteristica importante per progettare il salone centrale, punto di accoglienza degli ospiti in città.



    Al pian terreno l’edificio è caratterizzato da un arioso atrio, un chiostro con una doppia fila di colonne che sorreggono i piani alti. La particolarità dell’edificio, visibile dal cortile interno, è quella di contenere non uno, ma due piani nobili, identici e sovrapposti, che avevano lo scopo di separare gli appartamenti dei due fratelli, evitando così la coesistenza di spazi in comune su un unico livello.



    L’apparato decorativo dell’edificio, iniziato nel 1645, toccò a Francesco Maria Balbi, figlio di Giacomo. Per prima cosa, Francesco fece sfondare il cortile interno per ampliare lo spazio al pian terreno con un piccolo giardino che accolse l’aranceto. Qualche anno dopo, nel fronte del giardino, fu creato un ninfeo con statue in stucco, rocce e conchiglie, opera di Giovanni Battista Barberini. Qui, fu ripreso il soggetto Mito di Proserpina, trattato anche negli affreschi del secondo piano nobile. 

    A destra Proserpina, in vesti primaverili, ha alle spalle Caronte pronto a traghettarla negli Inferi, mentre a sinistra Plutone, sposo di Proserpina, saluta la moglie. La figura più esterna è Giove, protettore della donna, che ogni anno le permette di lasciare l’inferno per tornare dalla madre Cerere. Al centro, è raffigurato Nettuno mentre cavalca i destrieri marini

    Il complesso straordinario presenta in pochissimo spazio un mito complesso e le statue si integrano alla perfezione con l’ambiente circostante.



    Le innovazioni più importanti riguardano il secondo piano nobile, dove Francesco Maria Balbi fece chiudere il loggiato trasformandolo in un’eccezionale galleria, sulla cui volta, operò il giovane pittore genovese Valerio Castello. 
    Ai due lati opposti della galleria, l'artista affresca il Ratto di Proserpina e la Caduta di Fetonte, due episodi che dialogano attraverso la figura di Cerere, dea della fertilità. Questa, raffigurata al centro della volta mentre chiede a Giove la liberazione della figlia, ridà vita alla terra dopo che Fetonte ne ha distrutto la vegetazione a seguito dello schianto col carro di Giove. 

    L'artista dispone più di cinquanta figure in gruppi che creano diversi piani di profondità, una nuova visione spaziale tipica del Barocco che fornisce tridimensionalità all'affresco attraverso costruzioni architettoniche illusionistiche

    Il finto loggiato marmoreo realizzato dal quadraturista bolognese Andrea Seghizzi,  contribuisce a formare uno degli spazi più suggestivi del Barocco genovese. Completano la decorazione della galleria sei busti marmorei della collezione antiquaria del committente.



    Valerio Castello, interviene nel salone principale del palazzo denominato Sala del Carro del Tempo, per l'affresco centrale che ricopre lo spazio della volta.  Qui l'allegoria del Tempo travolge i simboli di ricchezza e gloria terrena emergendo sopra un finto colonnato, realizzato dal quadraturista Seghizzi. 



    La scelta di una tematica legata alla morte, è forse dovuta all’evento storico dell’arrivo in città della peste, nel 1656, che colpì buona parte della popolazione uccidendo anche il cugino di Francesco Maria Balbi. Infatti, il Tempo è raffigurato con la falce in pugno nell’atto di divorare i propri figli, mentre con il suo carro travolge un personaggio che sfiora lo stemma dei Balbi. 



    Castello inserire con abilità nello spazio le molteplici figure e con l'utilizzo di colori accesi, esalta i diversi personaggi principali. La luce viene indirizzata al meglio con cromie più chiare sulla figura dell’Eternità, raffigurata come Gloria lucente su di un trono e unica forza in grado di mitigare la furia del Tempo.
    Accanto al salone principale, Valerio Castello realizza gli affreschi per la Sala della Pace: le tre allegorie di Pace, Allegrezza e Abbondanza, connotano le qualità della famiglia Balbi.



    Come nel salone centrale, anche qui nell'illusorio sfondato architettonico, una porzione di cielo accoglie le Virtù che gettano ramoscelli di ulivo verso lo spettatore. 



    Un'altra sala affrescata da Castello, vede protagonista Leda e il cigno, una narrazione mitologica che l’abile artista inserisce  in una forma ovale, trasformando la percezione della volta rettangolare. Ancora un espediente del Barocco.

    Valerio Castello non è l’unico pittore a operare all’interno del Palazzo Balbi Senarega. Causa la prematura morte dell'artista nel 1659, per completare la decorazione dei suoi appartamenti, Francesco Maria Balbi si rivolge ai giovani Domenico Piola e Gregorio De Ferrari 

    I due pittori cooperano nella Sala di Ercole; Piola progetta e realizza il riquadro centrale e il De Ferrari le figure allegoriche laterali. Il solo Piola invece, lavora all’affresco di Apollo con le Muse nel salotto laterale, a testimonianza dell’onorevole obiettivo del committente, apparire il protettore delle arti.
    Gregorio De Ferrari, chiude il cantiere pittorico del palazzo con le decorazioni del Salotto di Zefiro e Flora e soprattutto con la seconda galleria del piano, nel lato a levante del palazzo. Qui la scelta di soggetto, commissionata probabilmente qualche anno dopo, nel 1693 in occasione delle nozze tra Francesco Maria Balbi II con Clarice Durazzo, ricadde sui Trionfi di Amore. Oltre a varie scene coincidenti con alcuni degli episodi amorosi più noti della mitologia classica, tra cui quello di Arianna sposa del dio Bacco, la galleria termina con una straordinaria alcova dove la volta, aperta sul cielo, mostra sotto al Carro del Sole, un nugolo di putti che spargono festanti corone di fiori. 
    Nella galleria, l’apertura stilistica di Gregorio de Ferrari verso il gusto del tardo Barocco settecentesco, avrà a Genova in Sebastiano Galeotti uno dei suoi massimi protagonisti. Infatti, a differenza del Castello nel Ratto di Proserpina, qui l’artista soppianta la pesantezza della finta architettura dipinta, a favore di visioni aperte nel cielo.

    Palazzo Balbi rimase di proprietà della famiglia per oltre tre secoli, ospitando anche la preziosa quadreria che, originariamente, annoverava pezzi di straordinario valore, come la prima versione della Conversione di San Paolo del Caravaggio, oggi conservata nella Collezione Odescalchi di Roma. 

    Nel 1972, il palazzo è stato acquisito dall’Università degli Studi di Genova che lo ha adibito a sede della Scuola di Scienze Umanistiche.  

    Ideazione e contenuti, Giacomo Montanari (storico dell'arte)
    Cura dei testi Pietro Toso
    Presentazione video Ambra Larosa 
    Riprese, regia, montaggio e fotografie Lorenzo Zeppa