Shahr-i Sokhta, la Pompei d'Oriente

Nuove scoperte nell'insediamento iraniano dell'Età del Bronzo

Il sito di Shahr-i Sokhta, nella regione sud orientale dell’Iran, non lontano dai confini con Pakistan e Afghanistan, tra l’inospitale deserto del Lut e le alture del Baluchistan, rappresenta uno dei centri più ambiti per l’indagine archeologica, sia per essere perfettamente conservato a causa di concrezioni saline presenti su tutta la superficie che hanno sigillato reperti e strutture del sottosuolo, sia per essere stato spesso associato, dalla letteratura archeologica, alla leggendaria Aratta menzionata in diversi miti sumeri.
Una città - stato presentata come una località difficile da raggiungere, ricca di oro, argento, lapislazzuli e numerosi altri materiali preziosi. 

Nata intorno alla seconda metà del quarto millennio a.C. nell'area del Sistan, collassata intorno al 2.300 per cause ancora sconosciute e nella lista Unesco per il suo "valore universale", Shahr-i Sokhta, toponimo iraniano traducibile in Città bruciata, era un fiorente centro di commercio e agricoltura, culla di un melting pot tra le quattro grandi civiltà fluviali: Oxus, Indo, Tigri-Eufrate e Halil.



Il sito, individuato agli inizi del Novecento e iniziato a scavare sistematicamente nel 1970 dall’italiano Maurizio Tosi, è oggetto dal 2016 di nuovi interventi di ricerca da parte di una Missione internazionale cui partecipa, al fianco della spedizione diretta da Mansur Sajjadi per l'Iranian Center for Archaeological Research, il Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento con la direzione scientifica di Enrico Ascalone. Nel progetto multidisciplinare (MAIPS) convergono anche studi paleobotanici, archeozoologici, topografici e antropologici, con l'apporto di specialisti dell’Ateneo salentino. 

La prima delle recenti scoperte (presentate nel volume Scavi e ricerche a Shahr-i-Sokhta) riguarda la datazione del centro. Gli studi effettuati con il carbonio 14, hanno raccolto dati che cambiano la cronologia dell'insediamento iraniano restituendogli una nuova sequenza stratigrafica che alza la vita dell’abitato di circa tre o quattro secoli.
Ulteriori informazioni importanti per la conoscenza del sito provengono dal ritrovamento di centinaia di proto-tavolette in argilla, usate per la registrazione contabile all’interno di singoli edifici, che devono essere considerate forme di contabilità amministrativa di matrice famigliare. Una tipologia di reperti che dimostra come l'inizio del processo di urbanizzazione non fosse ancora pienamente compiuto. Altri significativi elementi, come le tipologie tombali e l'assenza di mura difensive, fanno pensare che la comunità dell’altopiano iraniano fosse una popolazione eterogenea, composta da gruppi con culture diverse, una società strutturalmente non gerarchica in cui diversi gruppi tribali coesistevano in uno stato di equilibrio. Un’armonia anche in chiave economica forse dovuta alla notevole prosperità che il centro visse durante la prima metà del terzo millennio a.C.



La sequenza cronologica della città è stata divisa in quattro periodi e dodici fasi. Nel corso della sua storia, durata tra i dodici e i tredici secoli, ha subito almeno tre incendi. Le diverse campagne di scavi hanno portato alla luce la zona residenziale della città, l'area produttiva con i laboratori artiginali e una vasta necropoli da cui sono emerse le sepolture di oltre novantamila individui. Gran parte dei settori studiati, databili tra il 2700 e il 2300 a.C., hanno riportato alla luce un'ingente quantità di oggetti, utensili, pietre semi - preziose come lapislazzuli, alabastro, turchese.

Gli edifici erano alti anche due metri, arricchiti di decorazioni parietali che, però, non rappresentavano figure, ma motivi geometrici. Lo stesso per giare, porte o sigilli: nessuna divinità, probabilmente perché senza un'elite al comando non c'era neanche bisogno di veicolare messaggi di propaganda. Di certo, amavano il lusso: ricoprivano i pavimenti con stuoie e usavano molte perle.
Enrico Ascalone, direttore del Progetto Multidisciplinare

Tra i reperti più famosi sigillati per millenni e riemersi dalla sabbia del deserto iraniano, anche un bulbo oculare artificiale che apparteneva allo scheletro di una donna, dissotterato nel 2006, probabilmente una principessa vissuta tra il 2900 ed il 2800 a.C.; il bulbo oculare ha una forma sferica con un diametro di poco più di 2,5 cm ed è di materiale leggero; la superficie è coperta con un sottile strato d’oro, inciso con un cerchio centrale per rappresentare la pupilla. 



Con la fine del III millennio a.C. la floridità del maggiore centro del Sistan dovette scomparire progressivamente e improvvisamente, per cause perlopiù misteriose che coinvolsero i maggiori insediamenti di tutta l’Asia centrale. Shahr-i Sokhta, cesserà la propria esistenza colpita da una crisi che la ricerca archeologica tende a spiegare, non senza incertezza, con un radicale e repentino cambiamento climatico che avrebbe colpito quei centri, la cui sussistenza risiedeva principalmente nelle risorse idriche della regione.