Fabio Mauri: Il televisore che piange

Da "Happening", 1972

Nella rubrica culturale prodotta dalla televisione italiana, “Happening” (1972) curata dal critico d’arte Enrico Rossetti, con l’autore Paquito del Bosco, Fabio Mauri presentava la sua performance “Il televisore che piange”; è questa forse l'unica opera d’arte, meglio un'Azione, che un artista di quegli anni ha fatto per gli schermi RAI quando il termine “videoarte” non era ancora stato coniato. 
L’opera è fondamentale per capire la relazione profonda che intercorre fra la produzione semiologica degli anni Cinquanta e Sessanta dell'artista e quella più esplicitamente ideologica del periodo successivo. 
Dopo i primissimi happening americani di Allan Kaprow degli anni Cinquanta e Sessanta, qui documentati, nella seconda parte del programma appare un Mauri giovane, bello e senza cravatta che spiega il suo lavoro.

L’happening rompe un’azione abituale, usuale, quella di trasmettere immagini, non trasmettendo altro che il televisore in sé stesso … Io ero sempre qui, dietro allo schermo bianco, è un mio lamento”
Fabio Mauri

 “Il televisore che piange” si presenta come uno “Schermo” vuoto, lo stesso elemento che l’artista aveva iniziato a proporre nel 1957, continuando poi a manipolare e a concettualizzare tale struttura fino alla sua morte (Fabio Mauri si racconta). 

Dallo schermo bianco del “televisore che piange”, esce il suono di una voce adulta (forse quella dell’artista stesso?) che singhiozza per due minuti e quaranta secondi, dopo di che, compare la scritta “The End” 

Nel 1972, periodo in cui gli intellettuali ancora programmavano la televisione pubblica, un critico d’arte illustrava una nuova forma espressiva “viva e diretta” come l’happening, mentre e un artista concettuale e non facile come Mauri, usava l’oggetto quotidiano produttore di immagini per eccellenza per fare un’Azione performativa che lo annullava.

Il lungo e sincopato pianto entrava nelle case e nei bar e inaspettatamente, l’oggetto-macchina umanizzato con un’espressione di dolore profonda evocava una catastrofe già avvenuta

In “Televisore che piange” Mauri affronta l’angoscia dell’epoca mediale, quando questa emozione non era ancora generalmente associata alla virtualità televisiva, tutt’altro.
Dal 1954, la Rai era vicina alla gente, gioiosa e “in diretta”: lo schermo proponeva uno sguardo sul futuro per dimenticare il trauma della guerra e lanciare messaggi positivi sulla nascente società dei consumi. Il sogno era di realizzare una comunicazione di massa democratica capace di educare, trasmettere informazioni, notizie, nonché di unire il paese da nord a sud attorno alla lingua italiana, come aveva appena abbozzato il nuovo cinema. 

FOTO DI COPERTINA
Fotogramma di Televisore che piange