Rothko a Firenze
Le commissioni e le opere dell'ultimo decennio
Il filmato di Rai Cultura presenta la seconda parte della mostra Rothko a Firenze, curata da Christopher Rothko ed Elena Geuna, focalizzata sull'ultimo decennio di attività dell'artista, in gran parte dedicata a commissioni pubbliche, che spinsero Rothko a lavorare per serie di opere.
Nel 1958 Rothko riceve l’incarico di realizzare una serie di pitture murali per il ristorante Four Seasons, all’interno del Seagram Building di New York, progettato da Philip Johnson e Mies van der Rohe. Per la loro realizzazione affitta una ex palestra sulla Bowery e vi costruisce impalcature delle stesse proporzioni delle pareti del locale. Questa esperienza lo porta a concepire la pittura come una vera e propria architettura: uno spazio in grado di avvolgere e coinvolgere lo spettatore. Sebbene alla fine ritiri la partecipazione al progetto, le opere sembrano conservare la traccia dell’impatto dell’architettura fiorentina sull’artista.

Mark Rothko: Studio per i Seagram Murals, 1959, acquerello, olio su carta da acquerello. Collezione di Christopher Rothko
Nei bozzetti per i Seagram Murals Rothko indaga come aree di colore attentamente calibrate possano generare una vera e propria architettura di quiete carica di tensione. Su carte materiche e con la tecnica della tempera, sperimenta proporzioni e distanze tra le forme, modulando il peso di ciascun campo cromatico per suggerire una sensazione di pressione e raccoglimento. In queste opere si coglie come la riflessione sulle relazioni spaziali abbia guidato lo sviluppo di queste composizioni murali.
È interessante notare come questi lavori coincidano con i viaggi di Rothko in Italia nel 1950 e 1959 e con le sue esperienze immersive negli spazi architettonici di Roma e Firenze.
I Harvard Murals sono un altro importante progetto artistico affidato nel 1962 a Mark Rothko e conclusosi nel 1964 con l'installazione di cinque grandi tele presso l'attico del Holyoke Center dell'Università di Harvard. A differenza dei precedenti murales per il Seagram, qui l'artista ebbe libertà creativa e installò personalmente le opere, concepite come un ambiente cromatico immersivo e "unito" con tonalità profonde di rosso, cremisi e marrone capace di evocare, come lui stesso precisa, «morte e resurrezione».
I disegni preparatori rivelano che il ciclo era stato concepito come un ritmo in continuo divenire tra luce e buio. Le bande verticali alternate e gli acquerelli dipinti su entrambi i lati del foglio suggeriscono una costante revisione delle proporzioni.
Condividono la medesima tensione di queste commissioni, una serie di grandi tele, realizzate negli stessi anni, caratterizzate da ampie campiture di granata, rosso scuro e nero. Untitled del 1962, è un'anticipazione del formato compositivo della commissione per i murali di Harvard.

Mark Rothko: Untitled, 1969, olio su tela cm 266,1 x 289,6. Collezione privata
Tra il 1964 e il 1967 Rothko fu interamente assorbito dal monumentale progetto di quella che sarebbe poi stata intitolata Rothko Chapel. Negli anni successivi al lavoro per la Chapel, Rothko dipinse quasi esclusivamente su carta, per poi tornare rapidamente alla tela nel 1969, quando l’UNESCO cercò di coinvolgere lui e Alberto Giacometti nella realizzazione di una sala nella propria sede parigina. Elaborando una nuova variazione del suo stile classico e utilizzando per la prima volta la pittura acrilica su tela, Rothko realizzò una serie di diciotto dipinti Black and Grey, ben oltre i termini della commissione UNESCO, che non fu mai portata a compimento.
Queste opere si distinguono per la pennellata vibrante e per i tempestosi campi grigi; sono inoltre incorniciate da un inedito bordo bianco che definisce con chiarezza il piano dell’immagine.
Negli ultimi mesi di vita, parallelamente alle tele Black and Grey, Rothko realizza tre serie di opere su carta di grande formato: alcune in tonalità affini a quelle di quei dipinti su tela, altre così scure da richiedere diversi minuti per essere pienamente percepite, altre ancora caratterizzate da lievi e impalpabili velature, prossime ai colori pastello.
La gamma cromatica, dominata da azzurri tenui, terre rosate e tonalità color terracotta, richiama una tavolozza di ascendenza quattrocentesca, come se Rothko guardasse a una dimensione arcaica e meditativa della pittura, ridotta all’essenziale. Si tratta di alcune tra le espressioni più intime della sua produzione: opere introverse, di una bellezza silenziosa ma intensamente percepibile, che invitano lo spettatore a un percorso spirituale parallelo a quello dell’artista stesso.
Foto di copertina: Mark Rothko, Gray, Orange, Maroon No. 8, 1960 olio su tela cm 229 x 258,5. Collection Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam /Photography: Studio Tromp
Rothko a Firenze
Firenze, Palazzo Strozzi, 14 marzo - 23 agosto 2026
Nel 1958 Rothko riceve l’incarico di realizzare una serie di pitture murali per il ristorante Four Seasons, all’interno del Seagram Building di New York, progettato da Philip Johnson e Mies van der Rohe. Per la loro realizzazione affitta una ex palestra sulla Bowery e vi costruisce impalcature delle stesse proporzioni delle pareti del locale. Questa esperienza lo porta a concepire la pittura come una vera e propria architettura: uno spazio in grado di avvolgere e coinvolgere lo spettatore. Sebbene alla fine ritiri la partecipazione al progetto, le opere sembrano conservare la traccia dell’impatto dell’architettura fiorentina sull’artista.
La relazione con l’architettura riemerge negli studi per i Seagram e gli Harvard Murals, con portali cromatici e soglie chiuse ispirate anche al Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana.

Mark Rothko: Studio per i Seagram Murals, 1959, acquerello, olio su carta da acquerello. Collezione di Christopher Rothko
Nei bozzetti per i Seagram Murals Rothko indaga come aree di colore attentamente calibrate possano generare una vera e propria architettura di quiete carica di tensione. Su carte materiche e con la tecnica della tempera, sperimenta proporzioni e distanze tra le forme, modulando il peso di ciascun campo cromatico per suggerire una sensazione di pressione e raccoglimento. In queste opere si coglie come la riflessione sulle relazioni spaziali abbia guidato lo sviluppo di queste composizioni murali.
È interessante notare come questi lavori coincidano con i viaggi di Rothko in Italia nel 1950 e 1959 e con le sue esperienze immersive negli spazi architettonici di Roma e Firenze.
I Harvard Murals sono un altro importante progetto artistico affidato nel 1962 a Mark Rothko e conclusosi nel 1964 con l'installazione di cinque grandi tele presso l'attico del Holyoke Center dell'Università di Harvard. A differenza dei precedenti murales per il Seagram, qui l'artista ebbe libertà creativa e installò personalmente le opere, concepite come un ambiente cromatico immersivo e "unito" con tonalità profonde di rosso, cremisi e marrone capace di evocare, come lui stesso precisa, «morte e resurrezione».
I disegni preparatori rivelano che il ciclo era stato concepito come un ritmo in continuo divenire tra luce e buio. Le bande verticali alternate e gli acquerelli dipinti su entrambi i lati del foglio suggeriscono una costante revisione delle proporzioni.
Condividono la medesima tensione di queste commissioni, una serie di grandi tele, realizzate negli stessi anni, caratterizzate da ampie campiture di granata, rosso scuro e nero. Untitled del 1962, è un'anticipazione del formato compositivo della commissione per i murali di Harvard.

Mark Rothko: Untitled, 1969, olio su tela cm 266,1 x 289,6. Collezione privata
Tra il 1964 e il 1967 Rothko fu interamente assorbito dal monumentale progetto di quella che sarebbe poi stata intitolata Rothko Chapel. Negli anni successivi al lavoro per la Chapel, Rothko dipinse quasi esclusivamente su carta, per poi tornare rapidamente alla tela nel 1969, quando l’UNESCO cercò di coinvolgere lui e Alberto Giacometti nella realizzazione di una sala nella propria sede parigina. Elaborando una nuova variazione del suo stile classico e utilizzando per la prima volta la pittura acrilica su tela, Rothko realizzò una serie di diciotto dipinti Black and Grey, ben oltre i termini della commissione UNESCO, che non fu mai portata a compimento.
Queste opere si distinguono per la pennellata vibrante e per i tempestosi campi grigi; sono inoltre incorniciate da un inedito bordo bianco che definisce con chiarezza il piano dell’immagine.
Negli ultimi mesi di vita, parallelamente alle tele Black and Grey, Rothko realizza tre serie di opere su carta di grande formato: alcune in tonalità affini a quelle di quei dipinti su tela, altre così scure da richiedere diversi minuti per essere pienamente percepite, altre ancora caratterizzate da lievi e impalpabili velature, prossime ai colori pastello.
La gamma cromatica, dominata da azzurri tenui, terre rosate e tonalità color terracotta, richiama una tavolozza di ascendenza quattrocentesca, come se Rothko guardasse a una dimensione arcaica e meditativa della pittura, ridotta all’essenziale. Si tratta di alcune tra le espressioni più intime della sua produzione: opere introverse, di una bellezza silenziosa ma intensamente percepibile, che invitano lo spettatore a un percorso spirituale parallelo a quello dell’artista stesso.
Foto di copertina: Mark Rothko, Gray, Orange, Maroon No. 8, 1960 olio su tela cm 229 x 258,5. Collection Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam /Photography: Studio Tromp
Rothko a Firenze
Firenze, Palazzo Strozzi, 14 marzo - 23 agosto 2026