Il Museo Giacomo Manzù ad Ardea

Scultura e pensiero tra presente e passato

Nel cuore del paesaggio di Ardea, a circa quaranta chilometri da Roma, il Museo Giacomo Manzù si presenta oggi come un luogo in cui uno dei grandi scultori del Novecento ha lavorato, pensato e abitato la propria arte.  La direttrice del Museo, Maria Sole Cardulli, ci accompagna alla scoperta delle opere di Giacomo Manzù, in un racconto che alterna riprese contemporanee e filmati d’epoca provenienti dalle Teche Rai, nei quali è lo stesso artista a riemergere con la sua voce, i suoi pensieri e le sue motivazioni.

Il Museo di Ardea nasce da questa stessa continuità tra vita e lavoro. Inaugurato nel 1969, lo spazio è fin dall’inizio concepito come museo e studio insieme.

Oggi il museo conserva circa cento sculture e una ricca collezione di opere grafiche, per un totale di circa cinquecento lavori. È ospitato in un ampio edificio concepito appositamente come spazio espositivo, articolato in due sale illuminate da lucernai, nel luogo di Ardea in cui l’artista si trasferì nel 1964. La raccolta, selezionata dallo stesso Manzù, restituisce un percorso attraverso l’intera sua produzione artistica

Fondamentale nella nascita del museo è la figura di Ingeborg Katharina Schabel, conosciuta come Inge Schabel. Modella e ballerina, diventa la seconda moglie dell’artista e una presenza centrale non solo nella sua vita privata, ma anche nella costruzione del suo immaginario. È lei la prima direttrice del museo, affiancata dal comitato Amici di Manzù, che include personalità di grande rilievo come Cesare Brandi e altri studiosi e intellettuali dell’epoca. Il museo nasce dunque anche come progetto condiviso, sostenuto da una rete culturale ampia e autorevole.

Nel 1981 il museo passa allo Stato italiano e, dopo la morte dell’artista, la collezione diventa patrimonio pubblico del Ministero della Cultura. Oggi il Museo Giacomo Manzù, con la direzione di Maria Sole Cardulli, è non solo custode dell’opera dello scultore, ma anche luogo di ricerca e conservazione, con un patrimonio che comprende circa ottanta sculture in bronzo, ebano, argento e alabastro, oltre a una vasta raccolta grafica di circa cinquecento opere tra disegni e incisioni, esposte a rotazione.

Il percorso artistico di Manzù è segnato da alcune serie iconografiche ricorrenti. Tra le più note c’è quella dei Cardinali, nata da un’intuizione maturata nel 1934 nella Basilica di San Pietro. Osservando i cardinali nelle loro vesti solenni, l’artista ne coglie la forza plastica, leggendo nei volumi dei paramenti masse scultoree compatte. Da quell’intuizione prende forma una serie che, nel tempo, si evolve in strutture sempre più essenziali, quasi cilindriche, fino a trasformare il dato figurativo in pura presenza volumetrica, sospesa tra astrazione e realtà.

Un altro capitolo fondamentale è quello dell’arte sacra, che trova uno dei suoi esiti più alti nelle grandi porte in bronzo, tra cui la Porta della Morte per la Basilica di San Pietro, realizzata anche grazie al rapporto diretto con Papa Giovanni XXIII. Lo stesso Manzù ricorda quell’incontro come decisivo: un dialogo umano che incide profondamente sul suo lavoro e accelera la realizzazione dell’opera.

Accanto alle opere monumentali, la ricerca di Manzù si sviluppa anche attraverso serie intime e ricorrenti. Tra queste, quella degli Amanti, figure intrecciate in un abbraccio continuo, sospese in movimenti circolari che richiamano suggestioni medievali. Un altro nucleo significativo è la serie dei Giochi d’infanzia, o Spielerei, termine usato dalla moglie Inge Schabel, in cui l’artista declina in più versioni il tema dei propri figli su una carrozzina, in un processo di continua trasformazione formale.. Da questa ricerca nascono infine forme sempre più essenziali e autonome, fino a sculture come i Nastri, oggi visibili anche nel giardino del museo.

Oggi le opere di Giacomo Manzù sono conservate nei principali musei del mondo, dal MoMA alle grandi collezioni europee e internazionali.

Si ringrazia la Fondazione Giacomo Manzù per la collaborazione e per l’autorizzazione all’utilizzo dei filmati d’archivio.