Incontri. Un'ora con Giacomo Manzù - Seconda parte
Con una testimonianza di John Huston
Questa seconda parte di Incontro. Un’ora con Giacomo Manzù, un documentario del 1965, restituisce il ritratto di un artista ormai pienamente inserito nel panorama internazionale, ma profondamente radicato in una concezione artigianale e morale del fare scultura.
Uno dei più attivi sostenitori internazionali di Giacomo Manzù è il gallerista salisburghese Friedrich Wels, gallerista e promotore decisivo della diffusione dell’opera di Giacomo Manzù in Europa:
Accanto a questa affermazione, il documentario mette in luce alcune tappe centrali del lavoro di Manzù: la realizzazione della porta del Duomo di Salisburgo, affidatagli per il tema dell’amore cristiano, e la sua concezione profondamente artigianale della scultura, fondata sulla conoscenza diretta dei materiali e degli strumenti. Coerente con questa visione è anche la sua posizione radicale sull’insegnamento artistico, che rifiuta il modello accademico a favore del laboratorio e del mestiere.



Emergono inoltre il rapporto con Papa Giovanni XXIII, improntato a una fiducia reciproca e al rispetto della libertà dell’artista, e una rete di relazioni internazionali che comprende figure come Igor Stravinsky, Pablo Picasso e Walt Disney.
A suggellare questo riconoscimento è la testimonianza del regista John Huston:
Il ritratto si chiude sull’immagine di un artista immerso nel lavoro quotidiano, segnato da un’inquietudine costante e da un continuo processo di distruzione e ricomposizione delle proprie opere: una tensione che resta il motore più profondo della sua ricerca.
Uno dei più attivi sostenitori internazionali di Giacomo Manzù è il gallerista salisburghese Friedrich Wels, gallerista e promotore decisivo della diffusione dell’opera di Giacomo Manzù in Europa:
Fu nel 1954 che cominciai a organizzare per lui delle grosse mostre […] da Salisburgo a Vienna, Colonia, Utrecht, Amsterdam, Monaco, fino alla Tate Gallery di Londra. […] Il pubblico e i critici si stupivano di trovare ai nostri giorni un artista figurativo di tale potenza […] Manzù rimane fedele al realismo […] e può essere definito un maestro del nostro tempo."
Accanto a questa affermazione, il documentario mette in luce alcune tappe centrali del lavoro di Manzù: la realizzazione della porta del Duomo di Salisburgo, affidatagli per il tema dell’amore cristiano, e la sua concezione profondamente artigianale della scultura, fondata sulla conoscenza diretta dei materiali e degli strumenti. Coerente con questa visione è anche la sua posizione radicale sull’insegnamento artistico, che rifiuta il modello accademico a favore del laboratorio e del mestiere.



Emergono inoltre il rapporto con Papa Giovanni XXIII, improntato a una fiducia reciproca e al rispetto della libertà dell’artista, e una rete di relazioni internazionali che comprende figure come Igor Stravinsky, Pablo Picasso e Walt Disney.
A suggellare questo riconoscimento è la testimonianza del regista John Huston:
Per me Manzù è uno dei più grandi scultori viventi. Lo hanno chiamato un poeta in scultura."
John Huston
Il ritratto si chiude sull’immagine di un artista immerso nel lavoro quotidiano, segnato da un’inquietudine costante e da un continuo processo di distruzione e ricomposizione delle proprie opere: una tensione che resta il motore più profondo della sua ricerca.