Palazzo Dugnani apre per le Giornate FAI d'Autunno
Il salone di Tiepolo torna visibile per due giorni
La storia delle sue sale affrescate comincia però nel Settecento. Il 21 agosto 1730 Giuseppe Casati (1673-1740), arricchitosi con gli affari, il commercio e la riscossione di imposte e dazi per conto dello Stato, acquistò la "casa da nobile" di via Manin, l'edificio oggi noto come Palazzo Dugnani. Casati voleva consolidare il prestigio della sua recente nobiltà e per questo si dedicò, per tutto il quarto decennio del secolo, al rinnovamento dell'edificio, chiamando una nutrita équipe di pittori (Cucchi, Magatti, Bortoloni, Ferdinando Porta) guidata da Tiepolo.
A Tiepolo fu affidato il salone maggiore, che si sviluppa su due piani e ha un ballatoio in ferro battuto. È la stanza in cui l'ambizione del committente prende forma: il programma iconografico, imperniato sulle Storie di Scipione lungo le pareti e sull'Apoteosi di Scipione sulla volta.Il maestro veneziano arrivò a Milano per la prima volta in quegli anni e vi lavorò in più periodi, tra il 1730 e il 1731, nel 1737 e nel 1740. Il 14 aprile 1731 scriveva da Venezia al conte Casati di non poter iniziare gli affreschi prima di aver terminato il lavoro in casa Archinto, dove aveva il suo "primo impegno", ma sperava di servirlo comunque "avanti il termine della stagione".
Per due giorni, grazie alle Giornate FAI d'Autunno 2026, chi si trova a Milano potrà tornare a vedere da vicino uno dei momenti decisivi della pittura del Settecento italiano, nel Palazzo Dugnani che da oltre dieci anni attende di essere restituito alla città. Ma quella milanese è solo una delle tante occasioni offerte il 10 e l'11 ottobre in tutta Italia, con oltre 700 luoghi aperti al pubblico. Per consultare il programma completo e scoprire le aperture più vicine visitare il sito del FAITra gli episodi illustrati da Tiepolo c'è quello raccontato da Tito Livio. Siface fu sconfitto e Massinissa prese in moglie Sofonisba, figlia del cartaginese Asdrubale ed ex moglie di Siface. Scipione pretese che fosse consegnata ai Romani, e Massinissa, per risparmiarle l'umiliazione, le mandò una coppa di veleno, che lei bevve. È un racconto ripreso più volte nell'arte e nella letteratura.