Giovanni Boldini

    Novant'anni fa scompariva il pittore ferrarese. Interprete inimitabile di un'epoca, ha lasciato una galleria di immagini al femminile dal forte potere di incanto.

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    Era un artista ultra chic, in suo modo particolare, specialmente quando ritraeva lungiformi signore dell'alta società internazionale che appaiono dipinte come sotto un vetro traslucido. Esperto di quel mondo e della letteratura francese che lo ha rappresentato, interpretava molto bene la più alta eleganza femminile [...] figurativamente legata in pose ambigue che stanno tra il salotto e il teatro. Ma quei ritratti hanno un forte potere d'incanto, rivelano spontanee e sicure doti di pittore.
    Bernard Berenson, 1958

    L'11 gennaio del 1931 moriva a Parigi, alle soglie dei novant'anni, Giovanni Boldini. Nato a Ferrara nel 1842 era stato acclamato in vita come uno dei più ispirati, talentuosi, ritrattisti della Belle Époque, forse, l'ultimo artista italiano ad affermarsi sulla scena internazionale tra Ottocento e Novecento. Una fortuna ampia ma anche discussa. La considerazione di Boldini presso i suoi contemporanei è stata, infatti, controversa: criticato per l'estrema ricercatezza formale, valutato, ad esempio da Ardengo Soffici sulle pagine della rivista La Voce, come dotatissimo interprete di un gusto congeniale "alla dimensione effimera della moda, ma non a quella perenne dell'arte vera". 
     
    Fondamentale nella formazione del giovane ferrarese il trasferimento nel 1864 nella Firenze sperimentale dei Macchiaioli che da alcuni anni portavano avanti la loro rivoluzione nei confronti tanto dei moralisti dell'Accademia che delle convenzioni sociali. E' in questo contesto vivacissimo che Boldini elabora una nuova originale tipologia di ritratto, in sintonia con le tendenze estetiche che si andavano affermando, nel tentativo di cogliere il sentimento del proprio tempo e tradurlo attraverso forme ed immagini della realtà contemporanea. Il pittore restituisce i  personaggi immersi nella dimensione quotidiana della loro esistenza, privilegiando la caratterizzazione ambientale e rinunciando alla neutralità e uniformità dello sfondo, soluzione adottata tradizionalmente nel genere ritrattistico. Una proposta all'avanguardia (testimoniata ad esempio nei ritratti di Diego Martelli, di Giuseppe Abbati), che sarà adottata un decennio più tardi dagli impressionisti francesi, esito anche del rinnovato interesse diffuso in quegli anni per la pittura dei Paesi Bassi, un'eredità culturale ammirata per il virtuosismo nella mimesi dei dettagli realistici.      

    Dall'America del Sud e del Nord sbarcavano in Europa ogni sorta di miliardarie, dalla California, dal Cile dal Brasile, dal Venezuola, da New York. Assaltavano le case di moda, compravano interi guardaroba e, puntualmente, si facevano ritrarre da Boldini.
    Emilio Cecchi, 1962

    Al trampolino di lancio offerto dall'esperienza fiorentina segue un breve passaggio in Inghilterra e il trasferimento nell'ottobre del 1871 a Parigi, città che l'artista percepisce come “la vera via” per aprirsi ad una dimensione autenticamente moderna della pittura. E' la Parigi  salottiera e mondana del Secondo Impero ad accogliere il pittore italiano che, per farsi strada nell'universo parigino, si adegua alla moda proposta con successo dal mercante Goupil: una pittura brillante e di effetto ma ispirata al passato, con scene di genere d'ambientazione settecentesca (esemplare in Serenata, 1873) e ben lontana dal naturalismo praticato a Firenze. Sono soggetti che scompariranno dopo alcuni anni per lasciare spazio all'approfondimento e alla maturazione nell'ambito del genere pittorico più richiesto dall'altà società europea.
    La tipologia del ritratto fin de siècle creato dal maestro italiano è il risultato consapevole di più apporti culturali, sociali, creativi e risente, non solo dell'attenzione per il ritratto borghese ma anche, della riscoperta dell'arte antica, dei modelli della grande pittura italiana del passato, filtrati dalla sensibilità contemporanea. L'idea boldiniana che si manifesta, in particolare, a partire dalla metà degli anni Ottanta per dare vita ad una inconfondibile rappresentazione di personaggi dell'alta società internazionale, si alimenta della ritrattistica storica e aristocratica a figura intera, secondo un gusto condiviso da maestri francesi come Manet. Attraverso un programma di rinnovamento e aggiornamento stilistico e tecnico, che lo porta a potenziare, ad affinare anche l'uso del pastello, Boldini mette a punto una lunga serie di memorabili figure femminili, eleganti icone del proprio tempo (Ritratto di Emiliana Concha de Ossa - Il pastello bianco,1888; Ritratto di signora in abito bianco,1889; Ritratto di Madame Charles Max,1896). Tra i personaggi messi in scena da Boldini spiccano il conte Robert de Montesquiou, poeta ed esteta tratteggiato in un personaggio delle Recerche proustiana e i maggiori esponenti del mondo musicale, con i due celebri ritratti a Giuseppe Verdi, maestro ammirato sin dalla giovinezza. Sull'esempio dei colleghi francesi Degas e Toulouse-Lautrec, Boldini frequenta gli ambienti del teatro e della danza, sperimentando inquadrature inedite e punti di vista insoliti finalizzati ad ottenere quel dinamismo dell'immagine percepito come espressione piena della modernità.

    La più sottile rappresentazione delle parigine della nostra Repubblica affidata ad un italiano [...] Pariginismo, Modernità sono le due parole scritte dal maestro ferrarese, su ogni foglia del suo albero di scienza e di grazia [...] 
    Robert de Montesquiou, 1901

     All'inizio del Novecento si apre per il pittore una nuova stagione creativa. Se non muta la predilezione di Boldini per i soggetti femminili, esponenti di un mondo ideale, le immagini costruite dal pittore registrano un' intensificazione del dinamismo del tratto, con pennellate che enfatizzano gli effetti luminosi fino a far perdere i contorni delle forme. Emblema dello stile inaugurato nel percorso novecentesco è il Ritratto della marchesa Casati con penne di pavone. Iniziato nel 1911, sottoposto a continue modifiche, questa immagine della divina, la donna e musa amata da Gabriele D'Annunzio ed effigiata più volte da Boldini, rimase non finita nell'atelier parigino, allo stadio di un grande abbozzo, sintomo di una profonda insoddisfazione dell'artista, ancora richiestissimo dalla clientela privata ma poco disponibile agli inviti ad esporre pubblicamente. E' per il maestro italiano, come ha sottolineato la critica recente, una fase di sperimentazione inedita, con risultati per certi versi affini a quelli delle contemporanee avanguardie futuriste. Un' ulteriore svolta per inseguire forme sempre più aderenti ad un presente che si stava avvicinando al primo grande conflitto mondiale. Così l'amico Georges Goursat, il caricaturista Sem, descriveva le figure maturate negli ultimi anni di attività del pittore:

    Boldini era il pittore della sua epoca, dipingeva le donne coi nervi a pezzi affaticate da questo secolo tormentato [...] le gambe impazzite, epilettiche, le braccia allungate terminanti con mani frangiate come l'uva. Queste visioni folgoranti e zigzaganti come emanazioni di calore, tutti questi brividi, questi tremori, queste contrazioni sono in sintonia con quest'epoca di nevrosi.  
    Georges Goursat, 1931