Dieci minuti con il grande Totò

    Intervista di Lello Bersani per TV 7 del 1963

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    Dalla commedia dell’arte al teatro di rivista e poi tanto cinema e anche il piccolo schermo. Ma Antonio De Curtis, in arte Totò, non amava la televisione, non ci andava mai volentieri e, per dire la verità, la televisione non amava lui, quantomeno non lo amavano i dirigenti cauti e timorosi dell’azienda di allora. Il principe della risata era infatti imprevedibile, non permetteva a nessuno di imbrigliarlo dentro un copione, di dettargli le battute, nemmeno i vecchi amici di gioventù con cui calcava le scene dei caffè chantant come Mario Riva. Quello che pensava voleva dirlo e lo diceva.  Resta famosa nella storia della televisione italiana la sua ospitata al Musichiere, la fortunata e seguitissima trasmissione canora condotta proprio da Mario Riva. Il sabato sera teneva incollati allo schermo milioni di spettatori. Totò, in quell’occasione volle fare un apprezzamento ad Achille Lauro, armatore, sindaco di Napoli e fondatore del partito monarchico popolare. “E che c’azzecca Lauro mo’?” gli chiese Riva per sdrammatizzare. “Lauro mi piace”, rispose schiettamente Totò. Era il 1958  e in Italia si sarebbe votato per le politiche di lì a poco. Lauro riuscì a portare diversi deputati in Parlamento ma Totò per alcuni anni non fu più invitato in trasmissioni televisive.
    Questa intervista, realizzata dal giornalista Lello Bersani nel 1963 per il rotocalco TV 7 con il titolo Dieci minuti con Totò, è una delle rare apparizioni dell’attore napoletano in tv. Si svolge nella sua casa romana di via Monti Parioli dove il padrone di casa gioca a sdoppiarsi: in cucina è Totò, vessato e bonariamente umiliato dal suo doppio, il principe De Curtis, comodamente seduto in salotto dove racconta del suo lavoro, risponde alle domande sul suo stato di salute (stava diventando cieco) e alla fine recita un suo cavallo di battaglia, la sua poesia più bella, 'A livella. Centoquattro versi, tutti endecasillabi in rime alternate, divisi in ventisei strofe, affronta, con la consueta ironia  e con leggerezza un po’ amara, il tema della morte che avrebbe sorpreso anche lui il 15 aprile 1967.