Aldo Fabrizi, il re di Roma

A 30 anni dalla scomparsa

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Il 2 aprile 1990 moriva a Roma un grande attore, simbolo di quella romanità popolare, scanzonata e cialtrona ma profondamente umana che non esiste più. Aldo Fabrizi, romano del 1905, figlio di una fruttarola di Campo de' Fiori, cresciuto tra l'oratorio e la strada, giovanissimo debutta nell'avanspettacolo, esibendosi in sketch che riusciva ad arricchire con la sola presenza scenica e con la capacità di comunicare con il pubblico come se ce l'avesse accanto a lui sul palcoscenico. Divertiva divertendosi, ecco il segreto della sua grandezza. 

Anche lui, come tutti i grandi comici, era un gigante nei ruoli drammatici. Ne interpretò molti quando passò dal teatro al cinema. Un titolo per tutti: Roma città aperta, il capolavoro neorealista di Roberto Rossellini del 1945. L'intensità drammatica del suo Don Pietro, ispirato alle figure eroiche dei sacerdoti romani don Giuseppe Morosini e don Pietro Pappagallo, rimane impressa nella mamoria collettiva come un'icona.

Nemmeno Totò, il Principe, riuscì mai a surclassarlo. Fabrizi non era una spalla, era un co-protagonista. Insieme interpretarono pellicole celeberrime come Guardie e ladri del 1951, Una di quelle del 1953, I tartassati del 1959, Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi del 1960, Totò contro i quattro del 1963. Lavorò molto anche con Peppino De Filippo (Signori, in carrozza! del 1951, Accadde al penitenziario del 1955 e Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo del 1956), affermandosi come uno dei protagonisti più importanti del genere in voga in quegli anni: la commedia all’italiana.

Lavorare con Totò era un piacere, una gioia, un godimento perché oltre ad essere quell’attore che tutti riconosciamo era anche un compagno corretto, un amico fedele e un’anima veramente nobile… Arrivati davanti alla macchina da presa, cominciavamo l’allegro gioco della recitazione prevalentemente estemporanea che per noi era una cosa veramente dilettevole. C’era solamente un inconveniente, che diventando spettatori di noi stessi ci capitava frequentemente di non poter più andare avanti per il troppo ridere
Aldo Fabrizi

Raggiunta la notorietà, a partire dagli anni Sessanta, riproporrà sul piccolo schermo le tante macchiette comiche e grottesche nate nei teatri d'avanspettacolo: il vetturino, il conducente di tram, lo sciatore, il pescivendolo. Ma non solo. Nel 1959 è nel cast dello sceneggiato di Leopoldo Cuoco e Gianni Isidori La voce nel bicchiere, diretto da Anton Giulio Majano e nel 1971 partecipa, con successo, al varietà del sabato sera Speciale per noi diretto da Antonello Falqui, accanto ad Ave Ninchi, Paolo Panelli e Bice Valori. L’ultima apparizione televisiva è del 1987 nel Gino Bramieri Show, in onda su Raiuno. 

Tra il 1948 e il 1957 diresse anche nove film, a partire da Emigrantes (1948),girato in Argentina. Poi la trilogia sulle avventure della famiglia Passaguai, della quale fu anche produttore per la sua Alfa Film XXXVII, e Hanno rubato un tram (1954), girato a Bologna con la fotografia del grande Mario Bava, fino al malinconico Il maestro (1957), la sua ultima regia.

Nella stagione 1962-1963, per Aldo Fabrizi di aprono le porte del Teatro Sistina. Il ruolo del boia papalino Mastro Titta nella commedia musicale Rugantino scritta e diretta da Garinei & Giovannini, Massimo Franciosa e Pasquale Festa Campanile, sembra ritagliato su di lui. Fu un trionfo (replicato nel 1978) e definitivamente consacrato nel 1964 dalla trasferta negli Stati Uniti, a Broadway, dove lo spettacolo registrò per tre settimane di fila il tutto esaurito e Fabrizi fu definito dalla critica d'oltreoceano "a comic genius".

A trent'anni dalla sua scomparsa, vogliamo ricordare Aldo Fabrizi in un classico del teatro di rivista: il Tango di Lulù del 1975, la prova del suo straordianrio genio comico.

Tango slow, piuttosto largo, con tre battute d'aspetto, una che va via, dice io che sto a fa', me frega assai