Anthony Quinn, magnifico trasformista

A 20 anni dalla scomparsa

Trecentosessanta film interpretati e uno realizzato come regista, Il bucaniere, nel 1958, con Yul Brinner e Charlton Heston. Una carriera lunga oltre 60 anni, partita dal teatro, e costruita su una quantità di ruoli molto diversi tra loro. Per Anthony Quinn fare l'attore voleva dire sapersi trasformare, anche fisicamente, nel suo personaggio. Con lunghe sedute dal truccatore, i suoi linemaneti rudi si potevano adattare a quasi tutte le esigenze interpretative: dal giocoliere girovago de La strada (1954) di Federico Fellini al deforme campanaro della cattedrale di Notre-Dame de Paris (1956) nel film di Jean Delannoy tratto dal romanzo di Victor Hugo. E ancora, il Barabba (1961) di Richard Fleischer e il beduino Awda Abu Tayi, l'indomabile guerriero e condottiero degli Howeytat, nel colossal di David Lean Laurence d'Arabia (1962).

Sul palco devi essere autentico e raggiungere la verità, anche a costo di perdere il pubblico



La sua interpretazione del fratello del rivoluzionario messicano Emiliano Zapata (Marlon Brando) nel capolavoro di Elia Kazan Viva Zapata!, già nel 1952 era stata premiata con l'Oscar al Miglior attore non protagonista. Una sorta di omaggio alle sue origini atzeche. La seconda statuina Quinn la conquista vestendo i panni del pittore francese Paul Gauguin in Brama di vivere (1956) di Vincente Minnelli, al fianco di Kirk Douglas. L'anno successivo ottiene un'altra candidatura all'Oscar, questa volta come miglior protagonista, grazie al ruolo di Gino, un ricco allevatore del Nevada, in Selvaggio è il vento (1957) di George Cukor, dove recita accanto ad Anna Magnani e Anthony Franciosa.

Nel 1953 Anthony Quinn si trasferisce in Italia e lavora in molte produzioni targate Cinecittà tra cui, oltre al capolavoro di Fellini La stradaUlisse (1954) di Mario Camerini, in cui recita nei panni di Antinoo. Ma il suo nome, nonostante i tanti successi precedenti, rimane legato soprattutto al film Zorba il greco di Cacoyannis (1964) e al ruolo di Aristotile Onassis nel film del 1978 Il Magnate greco e nella miniserie televisiva di dieci anni dopo. 



Grazie ad un fisico imponente, ai suoi muscoli scolpiti e alla sua voce profonda e vigorosa, il cinema degli anni Cinquanta gli aveva riservato soprattutto ruoli da duro. Nel decennio successivo, un nuovo aspetto, più maturo, lo rende credibile in parti come quella del combattente per la libertà greca Andrea Stavrou ne I cannoni di Navarone (1961) di J. Lee Thompson, o dell'ex pugile Louis 'Mountain' Rivera in Una faccia piena di pugni (1962) di Ralph Nelson, o in quella del colonnello Laperguy in Né onore né gloria (1966) di Mark Robson.

Seguono altri film importanti, come La 25ª ora (1967) di Henri Verneuil, L'uomo venuto dal Kremlino (1968) di Michael Anderson, Il segreto di Santa Vittoria (1969) e R.P.M. Rivoluzione per minuto (1970), entrambi diretti da Stanley Kramer. Nel 1980 partecipa al film Il leone del deserto di Mustafa Akkad, accanto a Irene Papas, Oliver Reed, Rod Steiger e John Gielgud.

Nel 1996, insieme a Maria Grazia Cucinotta e Raoul Bova, è nel cast de Il Sindaco, di Ugo Fabrizio Giordani. La sua ultima fatica, Avenging Angelo (uscito postumo nel 2002), lo vede già vecchio e malato.

Anthony Quinn muore il 3 giugno del 2001 all'età di 86 anni, per una crisi respiratoria causata da un cancro alla gola, a Bristol (Rhode Island), dove aveva trascorso l'ultima parte della sua vita. È sepolto nella cripta di famiglia Quinn Family Estate, a Bristol. A 20 anni dalla sua scomarsa, Rai Cultura lo ricorda con un filmato del 1966, tratto dal varietà Studio Uno, in cui l'attore americano duetta con Rita Pavone.