Manlio Sgalambro. La filosofia

Un viaggio oltre il luogo comune

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Invito al Viaggio è il titolo una poesia di Charles Baudelaire (I Fiori del male, 1857) riscritta da Manlio Sgalambro e divenuta il testo di una canzone di Franco Battiato. Invitare qualcuno al viaggio, come dice lo stesso Battiato nell’intervista, è invitarlo a lasciare i propri luoghi comuni, una rinuncia indispensabile per intraprendere il percorso della riflessione filosofica.
In questa puntata speciale di GAP (Generazioni alla prova) del 2013,  Manlio Sgalambro (Lentini, 9 dicembre 1924 - Catania, 6 marzo 2014), filosofo e poeta italiano, racconta le origini della sua “vocazione”, rivendicando la distanza della propria filosofia da quella accademica, che ha ridotto il filosofo ad “impiegato”, e dalle filosofie “pratiche” contemporanee.
Sgalambro recupera da Julien Benda il concetto di “chierico” per “ristabilirlo nella filosofia operativa”, parla dell’Etica di Spinoza, come di un’opera “pericolosa”, che egli ha tenuto accanto per tutta la vita come un testo sacro, definisce il Saggio, l’Essais un genere che, con Montaigne, apre la modernità, un “assaggio”, contrapposto al trattato, alla sistematicità.
Sgalambro si spinge fino alla critica del concetto stesso di concetto di cultura, definendolo un concetto negativo, e fa una lucida analisi della politica attuale e delle contraddizioni contenute nel concetto stesso di democrazia.

La filosofia è il romanzo dei ricchi, dei ricchi di spirito 

 

Quello di cultura è un concetto rimediato, coniato dopo quello che Spengler chiama il declino dell’occidente, Hegel lo chiamava spirito, noi cultura, ma io non credo nella cultura e non posso nemmeno credere nello spirito hegeliano, ma in una terza cosa che dovrà venire



Manlio Sgalambro (Lentini, Catania 1924 - Catania, 2014). Intellettuale tra i più originali e indipendenti del panorama culturale italiano, fuori dei quadri accademici e libero dai condizionamenti del pensiero dominante. Dopo la pubblicazione, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, di brevi articoli su riviste di nicchia quali “Prisma”, “Incidenza” e “Tempo Presente”, esordisce tardivamente nella scrittura filosofica con il libro La morte del sole (1982) in cui sistematizza la sua precedente e copiosa produzione, dando voce a un nichilismo estremo – seppure non scevro di sfumature metafisiche – che lo avvicina a pensatori quali Nietzsche, Cioran e Karl Kraus.
La sua visione esistenziale, fatalista e quasi paradossale nella sua drasticità, e comunque sempre ancorata a una Sicilia che sembra sostanziarne il pensiero nel suo orizzonte di disperazione, si articola nei numerosi altri libri pubblicati negli anni successivi, tra i quali ricordiamo: Trattato dell’empietà (1987), Anatol (1990), Del pensare breve (1991), Dell’indifferenza in materia di società (1994), La consolazione (1995), Trattato dell’età (1999), De mundo pessimo (2004), La conoscenza del peggio (2007), Del delitto (2009), Della misantropia (2012), Variazioni e capricci morali (2013). L’ultimo è Dal ciclo della vita, pubblicato postumo nel giugno 2014.