Alessandro Carrera. L'epoca dell'immagine del mondo e l'apparire della terra isolata

Heidegger nel pensiero di Severino

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Alessandro Carrera, intervistato in occasione del congresso internazionale Heidegger nel pensiero di Severino. Metafisica, Religione, Politica, Economia, Arte, Tecnica, che si è tenuto dal 13 al 15 giugno a Brescia, illustra i punti essenziali della sua relazione, di cui pubblichiamo di seguito il testo dell'abstract.

In Heidegger e la metafisica, Severino affronta il problema dell’immagine, sulla scia di Heidegger in Kant e il problema della metafisica, come condizione dell’apparire e costituente essenziale della finitezza dell’ente. Bilden, osserva Severino, significa tanto “costituirsi” quanto offrire la possibilità di un’immagine. Viene già osservato, tuttavia, che per quanto l’immagine sia “segno di una forma”, essa è essenzialmente immagine di ciò che è stato (e non è più) o pre-figurazione di ciò che sarà (e dunque non è). L’immagine trascendentale, immagine del concetto puro, dovrebbe schiarire l’ombra nichilista che – nella lettura che Severino fornisce di Heidegger fin dai scuoi scritti giovanili – già si insinua nella rilettura heideggeriana di Kant. La “pura immagine”, che Heidegger sostiene essere necessaria perché sia possibile lo schematismo trascendentale mette in crisi la referenzialità consustanziale all’immagine fenomenicamente intesa (immagine come immagine “di” qualcosa). Molti anni dopo, in Destino della necessità, Severino torna sulla questione dell’immagine in un paragrafo (“Il prevalere dell’immagine”). In questo contesto, il termine “immagine” va inteso inizialmente come “parola”, “linguaggio”, e in particolare nella sua  dimensione semiotica di “indice”. L’immagine si “riferisce” a un ente. L’immagine è “isolata”, relata a un ente “isolato” e dunque immagine essa stessa – “icona” potremmo dire, cioè totalmente coincidente con l’apparire dell’isolamento della terra. Ciò lascia tuttavia aperta la questione di quel sarebbe l’immagine dell’apparire del destino della terra (che riprende la questione heideggeriana della necessità di un’immagine pura e trascendentale, ma su un differente livello di consapevolezza teorica). È di un’immagine “inconscia” che siamo in cerca, cioè di un apparire che non può rispecchiarsi nella propria immagine, e dunque rimane fuori dal linguaggio – o, come altri direbbero, fuori dall’ordine del simbolico. Nel frattempo, si è fatto strada il pensiero dello Heidegger di L’epoca dell’immagine del mondo, in cui “immagine” significa appunto “concezione”, “paradigma”, istituzione delle modalità secondo le quali i risultati della ricerca scientifica sono disponibili a entrare in una rappresentazione. Da Bild, come era in kant e il problema della metafisica, l’immagine si è fatta Vorstellung, che è essenzialmente rappresentazione di Gegenstände, oggetti, e quindi enti “isolati”. Anche se Severino non vi fa riferimento, vi è uno stretto rapporto tra il saggio di Heidegger pubblicato nel 1950 (pur se la prima stesura è del 1938) e le riflessioni severiniane del 1980. L’epoca dell’immagine del mondo è il mondo concepito come immagine disponibile a essere rimpiazzata. Allo stesso modo, la tragicità del volere umano, che vuole sempre altro da ciò che crede di volere, vuole l’apparire del contenuto che si riferisce (al modo di “indice”) all’immagine della cosa isolata. Altri potrebbero argomentare che la produzione del desiderio (della volontà) è sempre un fantasma, ma questo fantasma è tuttavia reale per comprendere ciò che si vuole “in realtà” (l’ente non isolato) e che non può apparire perché non c’è immagine del mondo “non isolato”, cioè non c’è immagine del mondo che non sia immagine di un mondo. Non solo perché tutte le immagini del mondo siano solo epoche transeunti (cosa sulla quale anche Heidegger, come in fondo chiunque altro, potrebbe convenire), bensì perché, come Severino afferma ne L’essenza del nichilismo, se viviamo in un’immagine del mondo, è perché Platone per l’Occidente non ha creato tanto un’immagine del mondo quanto il “mondo” stesso (la possibilità di concepire l’isolamento come produzione) rispetto al “cosmo” come preannuncio di una non isolata totalità dell’apparire. Di questo “mondo” abbiamo testimoniato varie transizioni (vari passaggi da un apparire a un altro), non mai un ribaltamento essenziale (la scienza moderna pensa in termini matematici, estendendo il pensiero geometrico di Platone). Il mondo come immagine è il mondo come volontà, o meglio, come “volontà di potenza e nient’altro” (Nietzsche) vista “in uno specchio” (sempre Nietzsche) che è lo specchio del filosofo. La questione di un’eventuale immagine del non-isolamento non viene risolta né sul piano dell’immagine come indice né su quello dell’immagine come icona, cioè come coincidenza totale di segno e destino. Il destino è rimasto senza immagine, afferma Severino. Per meglio dire, non c’è immagine né dell’inconscio né nell’inconscio – se non forse, ma qui per proseguire bisogna mettere Severino in contatto e forse in frizione con pensatori lontani da lui – se non forse mettendosi alla ricerca dell’“immagine pura”. Non però quella trascendentale di cui parlava Heidegger, bensì un’immagine pura magari inconscia ma assolutamente immanente, che non potremo mai vedere con la chiarezza con la quale percepiamo il nostro isolamento e le nostre stanze di specchi, della quale però dovremo pur tracciare i confini, anche se per il momento sono fatti solo di buio.



Alessandro Carrera (Lodi 1954), autore di canzoni, scrittore, poeta e saggista, insegna Italian Studies e World Cultures and Literatures alla University of Houston, in Texas. Ha tradotto le canzoni e le prose di Bob Dylan. Tra i suoi libri La vita meravigliosa dei laureati in lettere (Sellerio 2002); La consistenza della luce. Il pensiero della natura da Goethe a Calvino (Feltrinelli 2010); La voce di Bob Dylan. Una spiegazione dell’America (Feltrinelli 2001, seconda edizione 2011). I poeti sono impossibili (Sossella 2016).