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Eugenio Mazzarella. Colpa e tempo

Una glossa heideggeriana

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Eugenio Mazzarella, intervistato in occasione del congresso internazionale Heidegger nel pensiero di Severino. Metafisica, Religione, Politica, Economia, Arte, Tecnica, che si è tenuto dal 13 al 15 giugno 2019 a Brescia, illustra i punti essenziali della sua relazione, di cui pubblichiamo di seguito il testo integrale.



"La colpa è il tempo: lo stare al tempo porta con sé la colpa, l’esser-colpevole di chi vi sta, di chi lo scopre – l’uomo. Esperienza che appare ben presto nella riflessività di quel qualcosa che nella “vita”, nel suo orizzonte evolutivo, si libera per se stesso. Si fa cioè qualcuno. Si avvia a essere la «cosa  che  pensa»,  che  cioè  –  seguendo  una  definizione  di  Cartesio  –  «dubita, concepisce, afferma, nega, vuole, immagina, sente». Prima di essere tutto questo, la “cosa che pensa” si sente in colpa. Cioè a dire, l’esperienza della colpa è l’esperienza in cui l’uomo si affaccia a se stesso, e al suo stare al mondo. È l’esperienza fondativa di sé, fondativa del Sé. L’esperienza in cui il Sé, l’esistere umano, il modo di essere dell’uomo come coscienza, si fonda e si tiene nel fondamento. Nel fondamento che gli è proprio: l’autoriferimento a sé della coscienza nel rapporto che questa intrattiene con il suo Sacro, nei vissuti di fascinazione e terrore del mysterium (tremendum et fascinans) del numinoso, della Santità mirabile di un Totalmente Altro, di un’integrità – tò olon, il “sacro tutto” del mondo – che deve lacerare, da cui deve venir fuori per ex-sistere, per essere sé, per essere collocato nel suo stare; in un’eccentricità alla natura che è la sua “natura”, il posto che tiene nel mondo, per dirla con la grande antropologia del ‘900. Eccentricità che è il suo debito e il suo legame [la struttura della re-ligio] con quel Centro che insieme lo attraversa e da cui è fuori, “gettato nel mondo” dirà Heidegger, e condannato a esserlo se vuole essere.
Come esperienza di questo essere in debito, di un imprestito che non si può restituire, perché restituirlo varrebbe estinguersi, restituirsi al lato ctonio dell’integrità numinosa da cui si è venuti fuori – e questo la “cosa che pensa” lo può fare solo come corpo morto; non più cioè “cosa che pensa”, ma solo più cosa, cenere e polvere – , come scoperta di dovere [de-hibère che vale de- habére, avere da, da cui debito come restituzione, come ciò che va restituito, istituito come era prima] ciò che si ha, di cui si è in possesso – la vita, il proprio essere in vita – ad altro da sé, (e, per questo, possesso che gli può sempre venir meno), l’esperienza umana è alla sua origine esperienza di questo debito creaturale ed insieme terrifico, in cui si costituisce la sua colpa, il suo essere-in-colpa.
Perché questo debito – questo imprestito d’essere che è un sapere del destino che gli è stato offerto – è la coscienza umana che lo ha acceso; che lo ha accettato, senza prudenza, senza valutare i costi di questo guadagno alla sua vita per il momento, per l’essere di passaggio [moméntum è alla lettera sincope di moviméntum, esistenzialmente l’attimo-raccogliersi nel passare del proprio istante, del proprio “esserci” che in-sta per il suo tempo] della sua vita che gli si costituisce nel sapere. Questo debito, questo imprestito è stato un gesto della sua volontà; la mossa in cui sulla scena della vita ha fatto il suo ingresso, nel voler-aver-coscienza di un vivente, la volontà di vita come volontà cosciente, o tout court la coscienza. La colpa è questo acquisto della coscienza.
Questo implesso di volontà e coscienza, di auto-costituirsi del Sé nel suo differenziarsi dal mondo [autocostituirsi che insieme istituisce il “mondo”], la fatica della genesi del Sé per giungere a dire “io” [che è una co-generazione di io e mondo, cosmogonia che è antropogonia; narrazione che mette in ordine il mondo, gli cerca un logos, mentre quel che sarà l’anima e l’io cerca e trova il suo logos, il suo ordine] è il contenuto del mito – come simbolo del rapporto che l’uomo intrattiene con il suo Sacro; rapporto che sarà sussunto in sé dalla coscienza religiosa. L’affermazione di Rudolf Otto che «la religione comincia con sé stessa» trova il suo fondamento nel fatto – un’evidenza ad essa elementare – che la coscienza per quanto divenuta, in quanto tale, comincia con se stessa; nell’essere la coscienza è un ‘a capo’, una creazione, un salto di stato. In questo salto di stato che è il rapporto dell’uomo con il suo Sacro, un faccia a faccia raggiunto col Dio della creazione osando rivolgergli la parola come fa Abramo [«mi sono fatto forza di parlare con te, io, che sono terra e cenere» (Genesi 18, 27)], o con la Necessità nell’avanzare delle cose secondo l’ordine del tempo nel phainesthai, nell’apparire, come detta Anassimandro [«L’origine da cui procedono gli esseri è anche il termine verso il quale procede la loro distruzione secondo la necessità; essi si offrono infatti reciprocamente castigo ed espiazione per la loro ingiustizia secondo l’ordine del tempo»] – in questo salto di stato c’è la colpa. Questo salto di stato è la colpa.  Il secondare una spinta che nella vita viene alla vita in un vivente che la raccoglie, e in questo raccoglierla si costituisce a più che vita, e insieme a meno che vita, perché muore. Perché in questa spinta che accetta – il sapere di sé, la coscienza –, il vivente accede alla morte, sa che muore. Che noi, i viventi, siamo della stessa sostanza dei morti; non lo sparire di una cosa, e neppure lo spegnersi del vivo, ma un fatto personale e saputo che ci fa quello che siamo, sostanza di tempo, “uomini” – e non dei, nel mito ciò che non muore, l’eterno fluttuare del sacro, che nel divino si fa presenza per sempre stabilita, ciò che sempre vive, perché sta da prima e sta per sempre: è destino, è il “pienamente stante” in sé e per sé, che noi non siamo. Se destino – il latino de-stinàre, “fermare”, “fissare”, “stabilire fermamente” – vale l’intensificazione di ciò che sta, dell’esser fermo [stà-re], il “pienamente stante” in sé e per sé, stabilito altrove che qui sulla terra, presso i mortali, e insieme perciò per i mortali “decreto”, ciò da cui viene il mio destino, o meglio il mio modo di stare nel destino, il modo a me fermissimamente stabilito dell’evento di me, del modo in cui vengo a me, con cui è vano lottare, questo significa che il mio destino, come ciò che per me è deciso, è che io – nell’essere, nella vita, nel divenire – non sono un destino, un pienamente stante. Al più, una contingenza avveduta, il cui primo avvedersi di sé è un vedersi consegnato, per stare in se stesso, a qualcosa di altro da sé; a qualcosa di altro da sé sia in se stesso che fuori di sé, alla fluttuazione che lo circonda e lo traversa di un pienamente stante in sé e per sé – il Sacro del mondo – che lo concede a se stesso per il tempo che gli è proprio; per il tempo debito e di cui resta di debito.
Che è poi la scena dell’ontologia della colpa che all’Esserci apre la sua verità nella “chiamata della coscienza” heideggeriana in Essere e tempo. Dove il lemma “sacro” non ricorre, e tuttavia di nient’altro si tratta nell’attestazione di un poter essere un tutto autentico dell’Esserci della “chiamata della coscienza”, guadagnata nell’esperienza dell’angoscia – dello stringersi a sé della coscienza, nell’angustia di un significato alla propria vita scopertasi come nullo fondamento di una nullità – che di un dialogo dell’uomo con il proprio sacro; di una variante della scena primaria (perché prima) dell’essere al mondo – del sorgere e del tenervisi – della coscienza. Nella voce della coscienza, rispondendo alla cui chiamata l’Esserci, lasciandosi alle spalle la fuga nel Si-stesso, nel questo e quello della cura di sé presso il mondo, si addossa la sua libertà, il decidersi effettivo per se stesso come un “poter essere un tutto autentico” nell’anticipazione del suo essere per la fine [l’essere per la morte, apertogli nel fenomeno dell’angoscia come angoscia per il suo poter essere più proprio, il nudo spaesamento del suo essere al mondo], l’Esserci si autointende nel suo essere come «connessione cooriginaria radicata nella cura, fra morte, colpa e coscienza». Scena ontologica di una filosofia “atea in linea di principio” – la temperie moderna della “morte di Dio” – dove Adamo nel suo dialogo col Sacro è solo, confinato nell’immanenza del suo trascendere, la cura di sé. L’Esserci è tautologico, può dire solo di sé. Caduto, può solo riprendersi da sé, tenersi stretto alla sua colpa, se vuole avere tempo, il contenuto della colpa, ciò in cui è caduto nella spinta della coscienza: decidersi per il suo originario esser-colpevole, mantenersi in esso, in un nesso retributivo ineludibile con la pena di vivere scoperta nell’angoscia. Con il che, su questa scena del rapporto dell’uomo con il suo sacro nell’orizzonte dell’insignificatività del mondo (la sentita vanità del proprio avervi parte) emersa nell’angoscia, ritorna all’Esserci come terrore ontologico la solitudine del terrore etico della coscienza retributiva. Un terrore – ora – dove non è più neanche possibile la confessione dei peccati o convocare Dio in giudizio; e dove si sta da soli, in un rapporto con il proprio sacro che è la pura solitudine dell’ipseità autentica. E come non c’è spazio per la colpa redenta nel Nuovo Adamo o la colpa innocente della coscienza tragica [dell’uomo che ha patito riconciliato con se stesso, dell’Edipo a Colono, delle Furie diventate Eumenidi] – così non c’è spazio per la speranza, la spinta che va avanti dell’illusione dei poeti. E dove alla fine non c’è neanche la saggezza, benché dura, per chi ha voluto essere luce, che «alla fine la tenebra è giusta» (Dylan Thomas, Non andartene docile in quella buona notte [1951])".

Eugenio Mazzarella insegna filosofia teoretica all’Università Federico II di Napoli. È stato Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’ateneo fredericiano e deputato al Parlamento nella XVI legislatura. Tra i principali interpreti nel panorama internazionale di Heidegger e Nietzsche, cui ha dedicato studi che sono diventati un punto di riferimento, è venuto elaborando una sua autonoma riflessione sulla tecnica e l’antropologia che ne consegue che in Vie d’uscita. L’identità umana come programma stazionario metafisico (Il melangolo, Genova 2004; edizione spagnola, La identidad humana como programa estacionario metafísico, Tirant humanidades, Valencia 2016) ha trovato una sua peculiare formulazione nel senso di un’etica della misura come chiave dell’agire tecnico. In questo senso si muovono anche le sue riflessioni su bioetica, politica, valori (Sacralità e vita, Guida, Napoli 1998; e Vita politica valori, Guida, Napoli 2010). Apprezzato poeta ha pubblicato diverse raccolte, di cui l’ultima, Anima madre, nel 2015, per ArtstudioPaparo di Napoli.