Wolfgang Streeck. Populismo, neoliberismo e crisi della democrazia

L'arretramento della democrazia

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Wolfgang Streeck, Direttore emerito Max Planck Institut für Gesellschaftsforschung, intervistato l’8 ottobre 2019, all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, parla del tema della lezione tenuta insieme alla politologa Chantal Mouffe, Populismo, neoliberismo e crisi della democrazia
Streeck non si dichiara un nemico del populismo, purché per populismo s’intenda un’ideologia o una pratica che enfatizza le esigenze e gli interessi di coloro che, in un’economia di tipo capitalista, sono “dalla parte dei perdenti”. 
Si può discutere della democrazia non in modo generico, ma solo all’interno di un contesto storico e nel  contesto storico del capitalismo, la democrazia è essenzialmente un meccanismo di ridistribuzione 
delle opportunità di vita e del successo all’interno dei mercati. 

Il capitalismo è un enorme generatore di disuguaglianza, una macchina che produce disparità. Se vuole essere democratica, la politica, in una società capitalista, deve essere in grado di correggere gli esiti della grande lotteria del mercato. Dopo la seconda guerra mondiale, c’è stato un periodo in cui le democrazie parlamentari con forti sindacati, forti partiti politici centristi di sinistra e talvolta partiti politici comunisti, erano in grado di garantire che i benefici del metodo di produzione capitalista fossero approssimativamente ridistribuiti in modo equo. Pertanto le persone che dovevano contribuire alla crescita e all’accumulo di capitale potevano sperare che, anno dopo anno, il loro standard di vita sarebbe migliorato, in modo lento ma sicuro, che le disuguaglianze sociali si sarebbero ridotte in modo lento ma prevedibile per effetto dell’azione di uno Stato sociale efficiente. Ma, a partire dalla fine degli anni ‘70 abbiamo assistito ad un’inversione di tendenza nel comportamento delle istituzioni e delle forze politiche che avevano reso possibile la coesistenza tra il capitalismo e una democrazia egualitaria.


Oggi, dopo due decenni di cosiddette riforme strutturali, imposte dall’Unione Europea, che hanno obbligato gli Stati a rivedere il proprio sistema di welfare e a introdurre mercati più flessibili, da un lato i profitti sono aumentati e dall’altro è aumentato il divario sociale. Stiamo assistendo ad un contro-movimento, che con  qualche eccezione, arriva dalla destra, fatto per il quale biasimo la sinistra e in particolar modo l’ex centro-sinistra, incapaci di fornire una risposta agli eventi che hanno cambiato in modo radicale la democrazia, che è passata dall’essere una democrazia di tipo egualitario a una democrazia che potremmo definire liberale 
e senza ambizioni ridistributive.