Philipp Bonhoeffer. Il linguaggio della musica  

L'educazione all'ascolto

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Philipp Bonhoeffer, liutaio, cardiologo e violinista, intervistato in occasione del seminario “Studiare musica: solo i professionisti? O tutti, anche a scuola?”, che si è svolto nel borgo di Montecastelli Pisano dal 31 luglio al 2 agosto, parla dell'importanza dell'educazione all'ascolto della musica, delle differenze tra musicisti dilettanti e professionisti, delle definizioni di musica colta e popolare e della canzone, della storia della luteria.La musica ha un ruolo nell’educazione che oggi è ancora sottovalutato, il fatto che sia insegnata solo a musicisti indirizzati verso una formazione professionale mi sembra fondamentalmente sbagliato, penso invece che più cresce il numero delle persone che imparano a fare e ad ascoltare la musica più avremo musicisti e una cultura musicale valida.   
 

La musica comunica qualcosa che con parole non si riesce a comunicare mediante uno scambio che si crea sia suonando sia ascoltando musica, è un linguaggio non verbale, che costituisce un aspetto molto importante della nostra vita, anche in ambiti diversi da quello musicale. Non ho parole, dice spesso chi ha avuto la possibilità di assistere ad un meraviglioso concerto e deve descriverne la bellezza . Non avere parole vuol dire che ci è stato comunicato qualcosa che attraverso le parole non si può descrivere.  

Bonhoeffer racconta la storia della liuteria:  l’evoluzione della musica ha portato ad una grande domanda di strumenti musicali negli ultimi secoli e in particolare di violini, per cui è stato stato introdotto il concetto dell’efficienza nella liuteria che è andato purtroppo a scapito della qualità. 

Il concetto di musica colta è un concetto velenoso, una definizione odiosa, la musica popolare e la canzone hanno uno spazio nella musica classica e la canzone di oggi non è differenziabile in modo formale dal lieder classico. I lieder sono stati composti dai maggiori compositori classici, che hanno messo delle bellissime poesie in musica, e la musica popolare è stata utilizzata nelle composizioni classiche più complesse e infine il fatto che la musica sia popolare non può essere considerato un fatto negativo, anzi non è facile comporre una canzone che sia cantata da milioni di persone. 


Un buon musicista vuole che la musica sia capita dall’ascoltatore: esiste il concetto di ascolto colto, si può imparare ad ascoltare meglio, non si comprende tutto se non c’è un’educazione all’ascolto, imparare ad ascoltare è altrettanto importante, se non più importante che imparare a suonare. 
La musica dei dilettanti non si distingue da quella dei professionisti, ci sono bravi dilettanti e professionisti scarsi, la questione del dilettantismo musicale può essere paragonata al calcio: se non ci sono molti bambini che giocano al calcio non emergeranno grandi campioni e lo stesso si può dire per i musicisti. 
Il seminario residenziale a Montecastelli ha avuto un grande successo anche per il fatto decisamente insolito di aver riunito persone con competenze molto diverse, musicisti, musicisti dilettanti, psicologi, storici dell’arte, cardiochirurghi. 



In Toscana, nel borgo di Montecastelli Pisano che Philipp Bonhoeffer, cardiologo, violinista, liutaio, ha reso un particolarissimo centro di ricerca musicale e scientifica, dal 31 luglio al 2 agosto, si è svolto un seminario residenziale di musica, filosofia e psicoanalisi dal titolo “Studiare musica: solo i professionisti? O tutti, anche a scuola?” con il patrocinio di Rai Cultura e dell’Università di Pisa. Studenti universitari musicisti, musicisti professionisti, filosofi, psicoanalisti, hanno discusso, guidati dall’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis, sul valore di formazioni abitualmente giudicate di poco conto se non, addirittura, superflue: latino, greco, musica, arte, filosofia...psicoanalisi.