Filippo Moretti. Leonardo da Vinci genio universale

Il potere dell'immagine 

Nel video Filippo Moretti, docente presso l’Università di Pavia, parla del pensiero filosofico di Leonardo da Vinci (Anchiano, 15 aprile 1452 – Amboise, 2 maggio 1519), il genio universale

Tornare a parlare di Leonardo, oggi, risulta tutt’altro che banale o superfluo, e questo perché sia la sua vita sia le sue opere sono un qualche cosa di veramente decisivo per lo sviluppo dell’arte e, più in generale, della cultura dell’Occidente (e forse non solo), che non possiamo dimenticare, se vogliamo davvero conoscere appieno la nostra storia.


Paul Valéry in un suo breve saggio del 1894, dedicato al genio universale, Introduzione al metodo di Leonardo da Vinci, sostiene che ciò che rende davvero unico e straordinario Leonardo, e al tempo stesso profondamente attuale, non sono né la sua vita né le sue opere, bensì il suo metodo, ossia quel modo specifico di operare che, in definitiva, ha reso possibili entrambe. Leonardo è il suo metodo, ovvero ciò che gli ha consentito di vivere quella vita straordinaria e di realizzare quelle opere rivoluzionarie: essere, cioè, il genio davvero universale, l’uomo e il pensatore che, con passione e vivo entusiasmo, ha attraversato quasi tutte le arti e i saperi, diventando una figura completa, un innovatore e un inventore audace in ogni campo, capace di conoscere gli elementi primordiali della natura e dell’universo, di costruire strumenti per migliorare la nostra permanenza sulla Terra, di penetrare a fondo la complessità dell’animo umano e persino di indagare l’essenza di Dio. 

Riuscire a decifrare questo metodo e a farlo proprio equivale, dunque, a trovare la via per diventare come Leonardo: geni universali, cioè esseri umani compiuti, capaci di ‘abitare’ pienamente la propria natura razionale e di esprimere alla massima potenza le facoltà dell’intelletto, tendendo alla piena conoscenza del mondo, dell’umano e del divino.


Potremmo così dire che il metodo di Leonardo si apre con una sorta di filosofia dello sguardo, che concentra tutta la nostra attenzione sull’occhio, il più ‘divino’ dei sensi, in quanto quello che può offrire all’uomo ciò che nessun altro può metterci a disposizione: l’accesso più pieno, più ricco, e pertanto più verace, al mondo. Se è però vero che non può esistere sapere senza uno sguardo meravigliato, inteso come apertura al mondo e interrogazione sulla natura di ciò che appare, è altrettanto vero che guardare non basta: è necessario qualcosa di più, il vero e proprio vedere.

Vedere, infatti, equivale a penetrare la natura dell’ente che si ha dinanzi e su cui è caduto il nostro sguardo, riuscendo così a conoscerlo a fondo e, dunque, a 'possederlo’. Questo, tuttavia, impone ed esige un ulteriore passaggio, che è proprio ciò che può trasformare quel guardare in un vedere: lo studio. Non c’è alcun dubbio che per il genio universale l’uomo sia allora chiamato, dopo avere posato il suo sguardo su un ente, a studiarlo per riuscire a conoscerlo a fondo, e cioè a vederlo davvero.


Ma che cosa significa studiare l’ente? Per Leonardo, e non c’è alcun dubbio che per lui le cose stiano così, significa essenzialmente fare innanzi tutto una vera e propria scienza di esso, ossia riuscire a sviluppare un sapere scientifico della realtà.

Quella di Leonardo rimane, a mio avviso, una ricerca filosofica di altissimo livello, seppur non sistematica, che, a ben vedere, assume a tratti anche una dimensione teologica, quando egli decide di indagare, nelle sue opere, la natura del divino.