Salvatore Quasimodo secondo Guido Davico Bonino

Il cantore del distacco

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Guido Davico Bonino ricorda le forti polemiche suscitate nel 1959 dall’assegnazione a Salvatore Quasimodo (Modica, Ragusa 1901 - Napoli 1968) del Nobel per la letteratura. I critici giustificavano il prestigioso riconoscimento tributato al poeta siciliano solo per le raccolte più recenti, quelle di poesia impegnata, animate sì da nobili intenti civili, ma di modesta resa espressiva. Dopo quarant'anni è possibile pronunciare un giudizio più sereno l'opera di Quasimodo, la cui fase più creativa si può far risalire ad Acque e terre (1930) e ad Ed è subito sera (1942). In tali raccolte il poeta, con rara commozione ed intensità, rievoca l'infanzia in Sicilia e le figure dei cari lontani e avverte il disagio proprio di chi si sente sradicato e viandante nella corrotta civiltà del nord post-industriale. Nel 1940 viene pubblicata la celebre traduzione dei Lirici greci, segnata dallo stesso sentimento di doloroso distacco.

L`attore Luciano Virgilio legge, da Acque e terre, Vento a Tindari; da Oboe sommerso, L`eucalyptus; da Nuove poesie, Che vuoi, pastore d`aria; da Giorno dopo giorno, Forse il cuore; dai Lirici greci, Vorrei veramente essere morta (versione da Saffo), La conchiglia marina (versione da Alceo), Come il vento del nord rosso di fulmini (versione da Ibico). Vento a Tindari:

Tindari, mite ti so
Fra larghi colli pensile sull’acque
Delle isole dolci del dio,
oggi m’assali
e ti chini in cuore.
Salgo vertici aerei precipizi,
assorto al vento dei pini,
e la brigata che lieve m’accompagna
s’allontana nell’aria,
onda di suoni e amore,
e tu mi prendi
da cui male mi trassi
e paure d’ombre e di silenzi,
rifugi di dolcezze un tempo assidue
e morte d’anima
A te ignota è la terra
Ove ogni giorno affondo
E segrete sillabe nutro:
altra luce ti sfoglia sopra i vetri
nella veste notturna,
e gioia non mia riposa
sul tuo grembo.
Aspro è l’esilio,
e la ricerca che chiudevo in te
d’armonia oggi si muta
in ansia precoce di morire;
e ogni amore è schermo alla tristezza,
tacito passo al buio
dove mi hai posto
amaro pane a rompere.
Tindari serena torna;
soave amico mi desta
che mi sporga nel cielo da una rupe
e io fingo timore a chi non sa
che vento profondo m’ha cercato.