Ungaretti, Quasimodo, Montale: l'€unica volta insieme in TV

L'incontro tra i tre grandi del Novecento poetico italiano

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Tre straordinari protagonisti della poesia italiana: Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale e Giuseppe Ungaretti nell'unica apparizione televisiva che li vede insieme. Il frammento in bianco e nero risale al 1968, quasi certamente al mese di febbraio quando Giuseppe Ungaretti compì ottanta anni. Siamo a Palazzo Chigi, la camera da presa si sofferma su decine di invitati in piedi (si riconoscono Giorgio Mondadori e Leone Piccioni). Al centro, quattro poltrone dorate: Aldo Moro, che presiede il suo terzo governo, Giuseppe Ungaretti e, ai lati, Salvatore Quasimodo e Eugenio Montale. I tre  grandi poeti italiani del Novecento festeggiano Ungaretti in un clima celebrativo. I tre poeti si abbracciano, si baciano. Così Salvatore Quasimodo apre l'incontro:

È  un segno preciso di civiltà che il governo italiano renda omaggio alla poesia in un periodo in cui l'uomo è in crisi, spiritualmente, socialmente, sociologicamente. L'uomo contemporaneo cerca o tenta di vincere la sua giornata mediante la violenza; Ungaretti, uno dei maestri della poesia contemporanea, ha esercitato un'altra violenza, non soltanto sul corpo della parola e del linguaggio, ma profondamente nel sentimento dell'uomo

I rapporti tra i tre non furono sempre facili: lo documentano i loro epistolari. Scrivendo al suo traduttore francese, Jean Lescure, poco dopo la vittoria del Nobel da parte di Salvatore Quasimodo, Ungaretti definisce il suo rivale un “pappagallo e pagliaccio” e mette in dubbio  il suo impegno politico e il suo antifascismo con l’accusa di opportunismo. A sua volta Salvatore Quasimodo, scrive a Vigorelli  a proposito di Montale: “Eusebio nei miei riguardi si è dimostrato, e continua a dimostrarsi, come il peggior lacchè di un monarca decaduto. Comunque non sono stato io mai a dirottare dalle buone qualità umane che ogni uomo di cultura dovrebbe avere dentro". E Montale non è da meno: nelle lettere a Maria Luisa Spaziani, definisce Giuseppe Ungaretti  ''quel poeta che va arrancando e berciando su e giù per l'Italia'' e Salvatore Quasimodo ''quei baffetti di ferro che pungono tutti''.