Francesco Pecoraro, Lo stradone

La Città di Dio e la sua popolazione

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Un pensionato con il vizio dell’osservazione si aggira per il quartiere di periferia dove vive, dopo aver abbandonato il centro storico in seguito alla sua discendente parabola lavorativa e di vita. Siamo nella Città di Dio, il romanzo s’intitola Lo stradone, lo ha scritto Francesco Pecoraro, lo ha pubblicato Ponte alle Grazie. Laureato in storia dell’arte con l’ambizione di diventare professore universitario, l’uomo è poi finito in un ministero e ha ceduto alle lusinghe dei socialisti prendendo mazzette; dopo un mese di carcere è tornato al lavoro, ma demansionato e dimenticato da tutti. Pecoraro racconta il passato del suo protagonista e quello più remoto del luogo in cui vive, una zona di fornaci in cui per secoli si è prodotto materiale per costruzioni (e in cui è avvenuto persino un incontro tra Lenin e gli operai). Non manca la registrazione puntuale della vita quotidiana del quartiere, dei suoi umori, dei suoi odori e dei suoi suoni (i fatui dialoghi che si colgono tra gli abitanti di un mondo alla deriva). La deriva che racconta Pecoraro è sociale, culturale, epocale e riguarda tutti noi.

Oggi sono in grado di dire che lo Stradone, prima ancora di essere distopia di sé stesso, è la distopia del Rinascimento, della città rinascimentale con la sua purezza prospettica, e che dovremmo partire da qui, cioè da questo nostro modo di costruire la città, per capire un po’ meglio la storia recente della Penisola e forse di questo Occidente immerso nell’ombelico del proprio antico e flaccido ventre

Francesco Pecoraro, romano, ha pubblicato: i racconti di Dove credi di andare (Mondadori, 2007), le prose di Questa e altre preistorie (Le Lettere, 2008), le poesie di Primordio vertebrale (Ponte Sisto, 2012), il romanzo La vita in tempo di pace, Ponte alle Grazie (2013, premio Viareggio).