Doris Lessing secondo Laura Lilli

    Doris Lessing secondo Laura Lilli

    Intervista di Enzo Rammairone

    Doris Lessing secondo Laura Lilli

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    Laura Lilli, giornalista di La Repubblica ed esperta di letteratura inglese e americana, racconta Doris Lessing, premio Nobel per la Letteratura nel 2007 con la seguente motivazione: «Narratrice epica dell'esperienza femminile, che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa».

    Negli anni lei ha avuto diverse occasioni di incontrare la scrittrice Lessing, che idea si è fatta di questa donna che ha dedicato la sua vita alla letteratura, all’amata Africa e alla passione civile contro ogni forma di razzismo e discriminazione?
    L’ho intervistata sei o sette volte fra l’83 (The Fifth Child, Il quinto figlio) e il 2008 (The Cleft, Una comunità perduta). Mi è parsa una donna molto forte e molto creativa, convinta del proprio talento e della propria grandezza, decisa ad esprimerli, e a far riconoscere i propri meriti. E ci è riuscita, vincendo un’infinità di premi nazionali e internazionali, fino al tardivo Nobel (In Italia ha vinto il Mondello e il Grinzane Cavour alla carriera).

    Nella vita ha avuto molte traversie sia private sia pubbliche, cominciando da quando a vent’anni venne cacciata dalla Rhodesia del Sud – oggi Zimbabwe – perché comunista e contraria all’apartheid che anche lì si praticava, ma ha sempre saputo tenervi testa.

    In lei sono molto forti il sentimento di essere inglese, del primato dell’Inghilterra fino a tempi recenti, ma anche l’amore per l’Africa, sul cui avvenire peraltro ha molti dubbi . Questo per colpe sia occidentali, sia locali (corruzione, burocrazie - vedi in proposito The Sweetest Dream, Il Sogno più Dolce, del 2001, sul fallimento del comunismo e della decolonizzazione). Doris Lessing è anche uno spirito aperto e libero. Una volta ebbe a dirmi che gli scrittori sono “dei contatori Geiger della cultura”, cioè avvertono le cose in anticipo. Lei certamente lo è stata. Nell’introduzione al fantascientifico Shikasta (1979) scrive: “Credo sia possibile – non solo per i romanzieri . inserire la spina in una sorta di Uhr mente-mente, o mente superiore, o inconscio o quant’altro, e questo spiega un gran numero di “coincidenze” o “avvenimenti improbabili” che si verificano”. Non conformista anche nella arcigna repubblica delle lettere inglesi. Nell’’83-84 ha scritto due libri molto importanti: The Diary of a Good Neighbour, Il diario di Jane Somers – malinconica e realistica storia di decadenza e vecchiaia (naturalmente al femminile) - seguito da If the Old could, Se gioventù sapesse, firmandoli con lo pseudonimo di Jane Somers. Nessun critico ha riconosciuto il suo stile e, anzi, sono stati stroncati salvo poi impapocchiare scuse quando poi l’inganno è stato rivelato.

    Diffida dei giornalisti e non ama essere contraddetta.

    Questa la motivazione del Nobel: "Narratrice epica dell'esperienza femminile, che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa". La Lessing alla notizia del premio non sembra aver reagito come ci si aspetterebbe da una signora della sua età. Il suo carattere, forte e diretto non è cambiato nonostante i suoi 89 anni…
    Senza dubbio. Lei è sempre la stessa. La notizia arrivò alla sua agenzia in tarda mattinata, quando lei era a fare la spesa. Cellulare spento, come al solito. Quando tornò alla sua casa di Hampstead, carica di frutta e carciofi, trovò una folla di giornalisti ad aspettarla e lo seppe da loro. “Cristo!” Le scappò detto. E subito dopo: “Erano trent’anni che lo aspettavo. Ho vinto tutti premi che ci sono, tutti i dannati premi. Mi mancava solo quello”. Le chiesero se non ritenesse di dover rifiutare per ragioni politiche. Rispose, candidamente. “Non ci avevo pensato. Dovrei? Beh, ci penserò seriamente, va bene?”. Lo accettò. Pochi mesi dopo la intervistai su The Cleft. Le chiesi in che modo il Nobel avesse cambiato la sua vita - a parte il denaro. “Oh, in meglio!” mi rispose. “Mi ha rimesso sulla scena, mi permette di parlare, di dire la mia” Lei ha sempre parlato e detto la sua, risposi. “Mah… ultimamente non più tanto, sa?”. Di recente, invece, ha dichiarato ai giornali che questo “maledetto Nobel”, tenendola sempre sulla scena, le impedisce di raccogliersi, di avere tempo e spazio interiore per pensare in pace ai prossimi libri. Tutte queste risposte sono vere.

    Una delle caratteristiche di Doris Lessing è di buttare sempre fuori, nei romanzi o in dichiarazioni pubbliche, quello che pensa in quel momento o in quel periodo.

    Così andò con la dichiarazione, che fece da Stoccolma, che Obama se fosse stato eletto, sarebbe stato ucciso. Quando la incontrai, le chiesi se pensasse questo davvero, mi disse che in quella circostanza il suo pensiero era stato riportato male (sempre i giornalisti!). Ma Lei cosa pensa? Insistei. “Obama mi piace molto, ma credo che se fosse eletto, certo sarebbe a rischio. Non sarebbe la prima volta, negli Usa. Di recente, basta pensare ai due Kennedy…” Quindi lo pensa, e lo penserà almeno fino alle elezioni.

    E con i suoi romanzi come si comporta, che genesi hanno?
    Lo stesso vale per i libri. Se le viene un’idea (di solito geniale) non esita a scriverla e a servirla, come nuova provocazione, a critici e lettori. Lo fa con tanta foga e partecipazione, che a volte i suoi libri sono troppo lunghi, e in certe parti paiono scritti in fretta. Avrebbero bisogno di un po’ di editing, e mi sono sempre chiesta se l’editore non osi o lei non lo permetta (o, semplicemente, gli editors siano scomparsi…). Poi c’è la questione della motivazione sul suo avere sempre scritto dell’esperienza femminile nel nostro tempo. E’ assolutamente vero, ed è forse anche la ragione per cui la commissione del Nobel ha esitato tanto prima di premiarla.

    La sua grandezza consiste non solo nell’aver sempre messo a fuoco temi scottanti, controversi, trasgressivi, non-conformisti, avveniristici se non addirittura e profetici, ma nell’averlo sempre fatto dal punto di vista delle donne.

    Fin dal suo primo romanzo, L’erba canta (1950), col manoscritto del quale lasciò nel ’49 la allora Rhodesia del Sud (oggi Zimbabwe), cacciata per ragioni politiche. In quelle pagine racconta di una donna bianca che in pieno regime segregazionista osa amare un domestico nero. Tutto questo però ha un “ma”. Quello che ha scritto ha fatto di Doris Lessing, già da molti anni, una bandiera del femminismo internazionale. La cosa non le è mai piaciuta, perché il suo timore principale è di venire racchiusa in un’etichetta di “genere”, mentre, giustamente, lei difende la sua unicità e universalità. Non vuole essere definita “femminista” ma nemmeno “di fantascienza”, o altro. Per il femminismo, così, ha concepito un autentico odio. Nell’82 disse al New York Times: “Quello che le femministe vogliono da me è qualcosa che loro non hanno preso in considerazione perché proviene dalla religione.. Quello che veramente vorrebbero dirmi è: ‘Sorella, starò al tuo fianco nella lotta per il giorno in cui quegli uomini bestiali non ci saranno più’. Con grande rammarico sono arrivata a questa conclusione”. E quello che disse nell’82 vale ancora oggi.

    Nella sua sterminata produzione, la Lessing spazia attraverso molti generi senza troppa difficoltà. Dal fantascientifico al memorialistico. È possibile secondo lei intravedere un fattore comune, di stile, di contenuto, un filo rosso che lega i suoi romanzi?
    Sì, penso di sì. Certamente Doris Lessing ha scritto anche di uomini, ma una parte della sua originalità e la grandezza –lo pensano anche i saggi di Stoccolma - sono senz’altro i viaggi, mai gratuiti, all’interno della condizione femminile - soprattutto colta, di media intelligenza e medio-borghese - della nostra epoca, e questo è un primo legame fra i suoi scritti. Ma non basta.

    I suoi libri nascono, insieme, dall’osservazione della realtà e da un’idea. Questa può essere tesi, denuncia, confessione mascherata. Ma anche satira, utopia (positiva o negativa), invenzione pura, invenzione di altri mondi, sensibilità per l’invisibile o l’apparentemente impossibile. 

    È un mondo votato all’autodistruzione, che forse si può evitare con un profondo tuffo nel misticismo (vedi sufismo). Altri, come i genitori di The Fifth Child, dell’83, non sono in grado di capire questo ragazzino decisamente malvagio, che magari in un universo differente sarebbe “normale”. Così, la loro famiglia va in pezzi. Anche su questo libro la intervistai e le chiesi se dietro la favola ci fosse una morale. Mi rispose, indignata, che “aveva semplicemente raccontato una storia”. Forse anche Aldous Huxley, a chi gli avesse chiesto se Brave New World avesse una sua morale, avrebbe risposto così.

    C’è un libro in particolare a cui lei è legata? Il libro che consiglierebbe a chi non conosce ancora Doris Lessing?
    È difficile dare una risposta. Ma, se proprio fossi costretta a scegliere prenderei Le memorie di Jane Somers. Non per via dello scherzo ai critici, ma per il suo contenuto. È una grande, e fin qui unica, esplorazione dell’invecchiare al femminile. È un libro molto realistico, molto dettagliato, sul venire meno delle forze, della memoria, e cosa questo comporti nel modo di vivere, mangiare, vestirsi. Non per caso un critico (maschio), grande ammiratore di Doris Lessing, mi ha detto di averlo trovato “molto sgradevole”.

    C’è un limite a quello che gli uomini vogliono sapere delle donne.

    Ha qualche ricordo personale, qualche aneddoto curioso che vuole raccontarci?
    Ne ho moltissimi, ma penso che il ricordo che ho della mia prima intervista, nell’83, sia il più eloquente. Riguarda il femminismo. Effettivamente mi presentai a casa sua con grande emozione, come se davvero stessi per conoscere una “sorella”. Ero entusiasta dei suoi libri e racconti, a cominciare da Il taccuino d’oro (1962), che parla, con enorme anticipo rispetto alla realtà italiana, di donne intelligenti e autoconsapevoli, logorate da una fatica quotidiana che restava invisibile ai maschi In realtà avrei dovuto sospettare qualcosa, quando il suo agente, con cui concordai l’intervista, mi chiese se per caso “la Repubblica” non fosse un giornale femminista. Esterrefatta, negai con forza. Ciò malgrado, l’agente mi impose di mostrare alla scrittrice la trascrizione dal registratore prima di scrivere. Non sospettai nulla e mal me ne incolse. Trepidando le chiesi se non si ritenesse una scrittrice femminista. Mi rispose con sussiego che:

    Almeno in questo paese non sono considerata una scrittrice per sole donne.

    Poi fece una breve pausa, e pensò di doversi spiegare meglio, in tutte lettere. Aggiunse: ”Vuol sapere cosa penso del femminismo?”, e senza darmi il tempo di fiatare: “Sì, le dirò che cosa ne penso. Penso che le femministe si siano autocastrate, e messe da sole in un ghetto, limitandosi ai discorsi fra loro. E che, dichiarando guerra agli uomini, hanno perso una importante, molto importante occasione per cambiare il mondo. Ecco cosa ne penso, del femminismo, io” Era seduta, di fronte a me, con un cuscino sulla pancia, su un divano della sua casa accogliente, in un atteggiamento che sembrava amichevole. Ma mi guardò da distanze siderali con occhio di sfida.

    Laura Lilli (1937-2014) è stata scrittrice e giornalista letteraria, specializzata in Studi Americani alla Yale University (New Haven, Connecticut), ha poi collaborato con La Stampa, il Corriere della sera e Panorama. Ha fatto parte della redazione “Cultura” de la Repubblica fin dalla fondazione (dicembre 1975).