Ortensia Visconti, Malalai

Ortensia Visconti, Malalai

Dall'Afghanistan all'Italia

Ortensia Visconti, Malalai

Condividi

Muovendosi tra l’oggi di una ragazza afgana, Malalai, che tenta il viaggio verso l’Italia a bordo di un gommone (dove le tocca assistere a un parto) e il suo passato a Kabul accanto all’amato padre, Ortensia Visconti in Malalai (Rizzoli) racconta una storia di emigrazione forzata e offre il ritratto di una donna coraggiosa e anticoformista, Bibi, la madre della protagonista. Malalai aveva tre mesi al momento della morte di sua madre e il romanzo è anche la scoperta di questa figura che avviene per gradi fino alla rivelazione finale. Ortensia Visconti, che conosce bene l’Afghanistan per essere stata inviata da questo paese, ricostruisce attraverso Malalai l'avanzata dei talebani. Dall’infanzia felice con due sapienti ebrei come istitutori e un amico del cuore con cui condividere corse in campagna, Malalai vive una condizione di progressiva perdita della libertà. Per evitarle il destino odioso di sposare il vecchio scelto dal potente e crudele zio, il padre di Malalai la fa fuggire a diciassette anni con l’aiuto di un giornalista americano. Arrivata fortunosamente a Roma, a casa del maestro, un uomo che ha conosciuto i suoi genitori tanti anni prima, la ragazza viene ricoverata in gravi condizioni di salute. Si salverà e riuscirà anche a scoprire chi era davvero Bibi, la madre mai conosciuta.

Ci devi andare, in Afghanistan, per appropriarti dell’intensità della sua natura. Poi non ti abbandona più. È una sensazione rara, quella di trovarsi in mezzo al mondo senza altre dimensioni che il canto degli uccelli, i fruscii dei campi di grano, i profumi dei fiori, le cime innevate in lontananza, il silenzio degli umani e una magia che ti si fissa nella memoria come il mito della primavera.
È limpido, il ricordo dell'Afghanistan. Resta la nostalgia di una perfezione bucolica, che ha reso gli afghani un popolo di poeti e che si distingue dallo splendore degli estremi: dalla nevi gelide sulle vette, dalla calure soffocanti dei deserti e, se sei fortunato, dagli orrori delle guerre.

Ortensia Visconti ha studiato Letteratura comparata alla Sorbona e fotogiornalismo a Londra. È stata inviata di guerra in Palestina, Algeria, Iraq, Pakistan e Afghanistan, dove ha trascorso diversi anni collaborando con The Washington Post, La Repubblica e Il Messaggero. I suoi racconti sono apparsi su Nuovi Argomenti, The Erotic Review e nell'antologia Desire: 100 of Literature's Sexiest Stories. In Italia ha pubbliato il romanzo Stregonesco (2004) e in Francia la raccolta di racconti L'idée fixe (2013).
La fotografia di Ortensia Visconti è di Benjamin Loiseau.

Di seguito l'intervista di Rai Letteratura.

Si può dire che Malalai è un atto di amore verso l’Afghanistan, i suoi paesaggi, la sua gente, la sua storia travagliata?
L’Afghanistan è uno dei paesi più belli che abbia conosciuto. E non parlo solo dell’incredibile ricchezza dei suoi paesaggi, dalle montagne dell’Indu Kush ai deserti del sud, dai laghi del Bamyan al fascino di città come Kabul, Herat o Kandahar. Perché la cosa che forse mi è più rimasta nel cuore è la varietà della cultura, la molteplicità di etnie che convivono in quel paese, che fin dall’antichità è stato attraversato da immense armate. Tutte queste etnie non sempre sono in pace tra loro, ma danno l’impressione di una lunga abitudine ad accettare il diverso. Una uguaglianza sentita e praticata, che quando parti diventa nostalgia, anche se sei straniero. 

C’è all’interno del romanzo una sorta di giallo: riguarda la figura della madre della protagonista che si trova all’incrocio dei desideri di tre uomini ed è una donna totalmente anticonvenzionale. Come nasce il personaggio di Bibi?
Bibi all’inizio degli anni 90 era una delle pioniere del femminismo islamico. Le femministe 
islamiche usano la loro religione come un’arma per combattere il patriarcato e l’oppressione maschile. Sono molto coraggiose e spesso vengono messe a tacere.
Con Bibi ho immaginato un personaggio che ribaltasse i canoni con cui analizziamo quel mondo, per far affiorare la figura di una donna più universale. Perché una come Bibi sarebbe considerata anticonvenzionale anche nella nostra cultura. Il suo coraggio le impone una domanda che la mette in contrasto con la società. È un individuo o un essere sociale? L’individualismo impone una rinuncia all’unità sociale: famiglia, tribù, paese. E lei vuole essere sé stessa, pensare con la sua testa. E raggiunge la consapevolezza della propria libertà.

E chi è il maestro? La figura più misteriosa del libro…
Il maestro è un personaggio complesso. Mi sono molto affezionata a lui, anche se di certo non è ineccepibile. Questo romanzo parla dell’incontro tra due culture. Il maestro è colui che nel suo passato libertino ha innescato la causalità dell’esilio di Malalai. Nel piccolo di questa storia rappresenta una Storia più generale: i paesi da cui provengono i migranti sono spesso quelli in cui in passato l’Occidente ha interferito. Anche se lui lo ha fatto per amore, oggi si deve confrontare con una responsabilità cha fa fatica ad accettare. Ha paura di perdere la propria tranquillità, diventata quasi un valore, in vecchiaia. Ma non accogliere Malalai non può essere un atto di libertà. 

Il libro si apre con la protagonista che si salva dall’essere rispedita indietro dalla marina militare italiana grazie alla prontezza con cui riesce a farsi accogliere su una barca da diporto. Voleva subito mostrare l’abisso che separa chi fugge per disperazione da chi è infastidito da tutto ciò che intralcia le vacanze?
Volevo mostrare lo scontro culturale, quello che avviene quando ancora c’è ignoranza reciproca. È  grottesco, il divario tra le due parti. Nessuno sa niente dell’altro. E le gemelle, crudeli e indifferenti verso Malalai, rappresentano la tendenza delle nostre democrazie a usare un’idea di libertà per giustificare l’intolleranza. 

Com’è stato per lei immedesimarsi in Malalai, trovare la sua voce, esprimere i suoi sentimenti e le sue sensazioni?
La sfida di questo romanzo era l’inversione culturale, che ho studiato con molta attenzione, facendo leggere poi la prima stesura del manoscritto alla scrittrice pachistana Fatima Bhutto. Credo che in questo momento sia essenziale analizzare l’incontro con l’altro, perché è in corso una evoluzione che riguarda la contaminazione tra le culture. Io sono Malalai, solo che lei è afghana e sbarca in Italia da clandestina, mentre io viaggiavo nel suo paese durante la guerra. Inoltre mettersi nei panni dell’altro è quello che fa ogni scrittore. Io sono quello che scrivo; sono Malalai ma sono anche il maestro, da qualche parte sono lo zio cattivo Gul Zaman, e sono pure il cavallo di Malalai. Non ho bisogno di mettermi nei miei libri, ci sono già.