Jill Dawson, Un inutile delitto

Jill Dawson, Un inutile delitto

La babysitter uccisa dal Lord

Jill Dawson, Un inutile delitto

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Ispirandosi a un brutale fatto di sangue avvenuto nel 1974 (l’omicidio di Sandra Rivett, una giovane babysitter, da parte di Lord Lucan, il marito della sua datrice di lavoro), Jill Dawson mette al centro del  romanzo, Un inutile delitto, tradotto in italiano da Matteo Curtoni e Maura Parolini per Carbonio editore, la figura di Mandy, una bella e sfortunata ragazza dai capelli rossi. La sua migliore amica, Rosemary, è l’io narrante della storia; si sono conosciute in una clinica psichiatrica, dove un medico attento e sensibile è riuscito ad aiutare entrambe. Rosemary sente strane voci provenire dagli uccelli; Mandy, che ha avuto una madre terribile, ha dovuto cederle il suo primo figlio frutto di una violenza, e il secondo, anch’esso concepito senza volerlo, l’ha dato in adozione. L’incontro con Lady Morven sembra segnare una svolta positiva nella sua difficile vita: finalmente qualcuno l’apprezza, si fida di lei e la tratta bene. I due figli della signora, James e Pamela, si legano subito a lei, soprattutto il maschio, molto turbato dai litigi che avvengono quando Lord Lucan, suo padre passa per casa. I due coniugi sono separati; lui fa spiare la moglie, a volte la blandisce, a volte la attacca, creando grande sofferenza in famiglia. Mandy cade vittima di quest’uomo che, in uno stato di alterazione, la scambia per sua moglie e la colpisce brutalmente. Il romanzo di Dawson riscatta  in qualche modo la figura della babysitter, ricostruendone il passato e i desideri e le speranze per il futuro.

Jill Dawson è nata l’8 aprile 1962 a Durham, in Inghilterra. Ha cominciato a pubblicare le sue poesie in opuscoli e piccole riviste. Il suo primo libro, Trick of the Light, è stato pubblicato nel 1996. The Crime Writer, vincitore dell’East Anglian Book Award nel 2016, è stato pubblicato da Carbonio con il titolo Il talento del crimine e presentato con successo al Noir in Festival 2018. Un inutile delitto è uscito da Carbonio nel  2019.

Abbiamo intervistato Jill Dawson sui temi e sulla scrittura del suo romanzo.

La protagonista del suo libro, Mandy, è una ragazza che ha subito diversi traumi - una madre che non l’ha mai accettata, due uomini che tradiscono la sua fiducia - ma non ha mai perso la voglia di vivere, è così?
Sono felice che l’abbia notato! Volevo che il mio lettore prendesse a cuore Mandy, le sue speranze, i suoi sogni, le sue ambizioni, i suoi amori. Per renderla davvero “viva” prima di perderla, in modo da sentire la sua morte come una vera mancanza (evitando che fosse solo un cadavere sulla scena di un delitto, o una parte della trama). Avevo letto che Sandra Rivett, la babysitter uccisa da Lord Lucan, era stata descritta da sua madre come “una persona capace di rendere felice chi le stava intorno” e ho scelto questo come punto di partenza per la mia protagonista, Mandy River.

Il romanzo racconta l’esperienza di Mandy nell’ospedale psichiatrico in cui incontra Rosemary, che diventa la sua migliore amica, e un medico con cui entra in sintonia. Cosa rappresenta questo periodo nella vita di Mandy?
Sì, le ragazze nel mio romanzo s’incontrano in un ospedale psichiatrico: Rosemary dopo la morte di sua madre e Mandy dopo un crollo seguito a una relazione amorosa. In effetti tutt’e tre le donne del mio racconto sono etichettate come “matte” dalla società (Lady Morven, descritta dal marito come madre negligente, viene mandata in un ospedale psichiatrico, le vengono prescritte pillole su pillole e viene definita “instabile” e “nevrotica”). L’unico a cui non viene attribuita l’etichetta di “pazzo”, l'unico a non essere costretto a subire “cure” per la sua follia è l’assassino, Lord Morven! Quindi il mio ragionamento è: giudichiamo in modo diverso gli uomini dalle donne? Chi decide cos’è la follia e chi ha bisogno di medicine, o di reclusione, e cos’è “normale” e perdonabile in determinati casi? Di ciò si è dibattuto molto nel periodo di cui scrivo (gli anni settanta), c’è stato un movimento antipsichiatrico guidato da RD Laing, che metteva in discussione definizioni come schizofrenia. Il libro di Laing è citato nel romanzo; il personaggio del dottor Ryan è un omaggio alle idee di Laing.

Uno dei personaggi più riusciti del suo romanzo è quello di James, il figlio di Lady Morven. Soffre molto per i litigi tra i suoi e per lui Mandy è un raggio di sole. Come ha costruito questa figura?
Sa, ho due figli. Entrambi ora sono cresciuti (uno ha 31 anni, l’altro 19) e hanno personalità parecchio diverse ma si sembra di aver avuto da sempre figli biondi di dieci anni! È triste che i maschi debbano nascondere la loro sofferenza, che debbano “comportarsi da uomini” (avete questa espressione in italiano?) e non far vedere le loro debolezze. La repressione dei sentimenti e la mancanza di compassione per la sofferenza dei ragazzi dà origine a personalità maschili disturbate che non riescono ad ammettere la loro vulnerabilità e possono diventare distorte e violente.

Il rapporto tra Mandy e Lady Morven è pieno di ambiguità: Mandy viene trattata qualche volte come amica e qualche volta come cameriera. Quanto è rilevante in questa storia e nella storia di Sandra Rivett il tema della differenza di classe sociale?
Il tema della differenza di classe è sempre stato al centro del mio lavoro. In questo romanzo, ho ripreso la mia esperienza di ragazza alla pari fatta a vent’anni per una famiglia londinese blasonata. La signora per cui lavoravo un momento si confidava con me come se fossi una sua pari e il momento successivo mi cambiava orario di lavoro senza avvertirmi o insisteva perché facessi una determinata cosa in un determinato modo. Non era una vera “amicizia” perché io sapevo che lei era la mia datrice di lavoro e che potevo perdere il posto se dicevo o facevo quello che che volevo davvero! Inoltre vivere in casa di altri ed essere immersa nell'intimità della vita privata di altri è un’esperienza particolare. Veronica (la contessa) Lucan parlava di Sandra Rivett come una ragazza molto perbene e diceva che erano “amiche”. Penso che ne fosse davvero convinta, ma mi chiedo quale fosse il punto di vista della babysitter. Le persone potenti fanno fatica a capire cosa voglia dire dipendere da qualcun altro per abitazione e salario. Questa era la posizione di Mandy River e lei era ben consapevole della sua mancanza di vero potere e credo fosse abbastanza saggia da tenere a freno la lingua e non dire quello che le passava per la testa.

In che modo mescola nei suoi libri realtà e immaginazione?
Uso quello che chiamo la “logica dell’immaginazione” e la seguo quanto più fedelmente posso. Faccio moltissime ricerche e provo a tirar fuori documenti originali o resoconti che altri potrebbero aver trascurato. In questo caso ho consultato gli atti dell’inchiesta e ne ho inclusi alcuni nel romanzo per mostrare su cosa baso il mio racconto. Sento che non posso costruire una trama se non ho prove su cui fondarla e cerco di non trascurare fatti che contraddicano la mia verità. Scrivo per mostrare cosa ho scoperto, non quello che cercavo.