Michele Mari, I convitati di pietra
Vince l'ultimo
È, come sempre in Michele Mari, un romanzo denso di richiami alla letteratura, al cinema e ai fumetti I convitati di pietra (Einaudi). Da un incontro tra ex compagni di classe a un anno dalla maturità nasce l’idea di rivedersi con cadenza annuale per tutta la vita, versando ogni volta una quota: la cifra, ben investita, sarà dei tre che sopravviveranno agli altri. I personaggi, chiamati per cognome come si usava a scuola, sono tipi umani estremi, archetipi più che persone in carne e ossa; la brama della vittoria finisce per trasformane alcuni in assassini. Diciannovenni nel 1975, alcuni di loro arrivano ai novant'anni e il finale riserva più di una sorpresa. Un libro sull’invecchiare, sul desiderio di esorcizzare la mortalità, su vizi, debolezze e passioni umane e su come queste ci aiutino a resistere nel tempo.
Michele Mari è nato a Milano nel 1955. I suoi libri sono Di bestia in bestia (Longanesi 1989; Einaudi 2013), Io venía pien d'angoscia a rimirarti (Longanesi 1990; Marsilio 1998; Einaudi 2016), La stiva e l'abisso (Bompiani 1992; Einaudi 2002 e 2018), Euridice aveva un cane (Bompiani 1993; Einaudi 2004), Filologia dell'anfibio (Bompiani 1995; Laterza 2009; Einaudi 2019), Tu, sanguinosa infanzia (Mondadori 1997; Einaudi 2009), Rondini sul filo (Mondadori 1999), I sepolcri illustrati (Portofranco 2000), Tutto il ferro della torre Eiffel (Einaudi 2002 e 2020), I demoni e la pasta sfoglia (Quiritta 2004; Cavallo di Ferro 2010; il Saggiatore 2017), Cento poesie d'amore a Ladyhawke (Einaudi 2007), Verderame (Einaudi 2007 e 2023), Milano fantasma (edt 2008, in collaborazione con Velasco Vitali), Rosso Floyd (Einaudi 2010), Fantasmagonia (Einaudi 2012 e 2022), Roderick Duddle (2014 e 2016), Leggenda privata (Einaudi 2017 e 2021), Dalla cripta (Einaudi 2019), La morte attende vittime (Nero 2019), Le maestose rovine di Sferopoli (Einaudi 2021), Locus desperatus (Einaudi 2024) e I convitati di pietra (Einaudi 2025). Fra le sue traduzioni, opere di Stevenson, Wells, Crane, London, Orwell, Steinbeck, Gombrowicz.Vincolandosi a quel disegno, si erano messi nella condizione di non poter più pensare alla morte in sé, alla morte in assoluto, né tantomeno alla propria, con quanto di struggente e di drammatico e di alto questo pensiero comporta, ma solo alla morte in relazione agli altri, in un contesto relativo e agonistico che privava il fatal trapasso della sua terribile sublimità per farne una questione meschina e dispettosa, all’insegna di un flagrante e riprovevole cattivo gusto.