Vittorio Giacopini, Ogni altro tempo è pace
Vivere nella distruzione
La guerra, il suo portato di devastazione, crudeltà e grandi profitti per pochi sono al centro del romanzo di Vittorio Giacopini, Ogni altro tempo è pace, pubblicato da Nutrimenti. Giacopini immagina un 2032 in cui un ex mercante d’arte vive in un enorme falansterio fatiscente in via Togliatti a Roma, circondato da rovine, in cui si è tornati al riscaldamento al carbone e si passa da cicli continui di guerre e pandemie. L’azione si sposta poi nel Seicento, dove attraverso il diario di un soldato di nome Iacopo Iacopi che combatte dai diciotto anni ai cinquanta seguiamo la spaventosa Guerra dei Trent’anni. Alle vicende di Iacopi si accostano quelle dell’artista Jacques Callot, famoso per le sue incisioni sulle atrocità della guerra, qui visto anche attraverso il diario di un allievo. Punto di raccordo tra i due momenti storici del libro è l’Osteria della Cometa, frequentata da Iacopi nel Seicento e trasformata in tempi più vicini a noi nell’Hotel Komet dove si riuniscono mercanti d’armi; negli uomini, oltre a quello di scontrarsi tra loro, è innato il gusto di bere e raccontarsela. E poi ci sono le donne, vittime per eccellenza delle guerre combattute dagli uomini: da quelle bruciate come streghe a quelle derise e insultate perché portatrici di ideali considerati scaduti, come il pacifismo e il femminismo.
Vittorio Giacopini è nato a Roma nel 1961. Tra i suoi lavori di saggistica: Scrittori contro la politica (Bollati Boringhieri, 1999), premio Lo Straniero. Con Goffredo Fofi ha curato Prima e dopo il ’68, antologia dei Quaderni Piacentini (minimum fax, 2008). Tra i suoi i romanzi: Re in fuga (Mondadori, 2008), premio Comisso; La Mappa (il Saggiatore, 2015), premio Selezione Campiello, Roma (il Saggiatore, 2017) e L’orizzonte degli eventi (Mondadori, 2024).Mixed up in confusion: viviamo nell’ibridazione finale, centrifugati da vortici di energia, dilaniati da regole sfibranti, paralizzati dalla pedagogia delle cose, costretti all’attesa della prossima pandemia o della prossima guerra, da qualche parte, e ogni giorno - più o meno alle diciotto, alle diciannove, all’ora dei vespri - puntuale come una cambiale il solito black out e tutto s’arresta.