Il Cantico delle Creature: tra poesia e preghiera

Il commento dello studioso Daniele Piccini

Il Cantico delle Creature (o Cantico di Frate Sole), composto da Francesco d'Assisi intorno al 1224-1226, è considerato, per la sua grande forza espressiva, il primo testo poetico scritto in volgare di cui si conosca con certezza l'autore.
Iniziato a scrivere a San Damiano, secondo la tradizione francescana in una notte di grande sofferenza fisica, Il Cantico non nacque come blocco unitario, ma si accrebbe in fasi successive. Questa genesi "per accumulo" ha prodotto una struttura tripartita che riflette un percorso tematico: dalla lode cosmica, alla dimensione etico-sociale del perdono, fino all'accettazione della morte.

Il Cantico delle Creature e’ un punto di incontro tra tendenze diverse, una cultura di tipo latineggiante nella grafia, il volgare, qualche forma locale. Solo il volgare permetteva questa universalità della lode.

Francesco scrive in volgare umbro, la lingua parlata dal popolo, compiendo una scelta rivoluzionaria per l'epoca: rinuncia al latino, lingua della cultura e della liturgia, per rivolgersi direttamente a tutti. Questo non significa però un uso "ingenuo" della lingua: nel testo convivono forme volgari genuine e latinismi, a testimonianza di un autore che, pur scegliendo il volgare, resta influenzato dal linguaggio liturgico e biblico che conosceva profondamente.

Il Cantico delle Creature non è irenico ma richiama la responsabilità dell’uomo. E’ un modo di guardare la natura non pacificato, come spesso abbiamo inteso, ma drammatico.

Il Cantico non segue uno schema metrico regolare (non ha rime sistematiche né un verso fisso), ma possiede una musicalità intrinseca legata al cursus ritmico tipico della prosa liturgica latina. Si parla spesso, a questo proposito, di "prosa ritmica": i versetti sono scanditi da pause, parallelismi sintattici e ripetizioni foniche più che da una metrica codificata. Questa scelta anticipa forme di poesia libera che si allontanano dalla tradizione colta, ancorandosi invece al ritmo naturale del parlato e del canto.

Il nesso tra poesia e pregheria è tutto da riconquistare per i poeti del Novecento. Borges in “Altra poesia dei doni” cita esplicitamente San Francesco e mi sembra l’interprete più  sottile, raffinato e più profondo di questa idea di rendere grazie al Creatore per tutti i doni che fa alle creature.  

Daniele Piccini (Città di Castello, 1972) è docente di Letteratura italiana presso l'Università degli Studi di Perugia. È redattore della rivista "Poesia" e autore di varie raccolte di versi; collabora a “La Lettura” del “Corriere della Sera”. Tra i suoi studi si segnalano: Un amico del Petrarca. Sennuccio del Bene e le sue rime, Antenore, 2004; La poesia italiana dal 1960 a oggi, Rizzoli, 2005; Letteratura come desiderio. Studi sulla tradizione della poesia italiana, Moretti & Vitali, 2008; La gloria della lingua. Sulla sorte dei poeti e della poesia, Morcelliana, 2019; Luzi, Salerno, 2020.
Tra le raccolte di poesie: Canzoniere scritto solo per amore, Jaca Book, 2005; Altra stagione, Aragno, 2006; Regni, Manni, 2017; Inizio fine, Crocetti, 2013; Per la cruna, Crocetti, 2022.