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Sanremo

Storia culturale del Festival

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Domenico Modugno canta a braccia aperte, come un moderno redentore. L'invito a "Volare nel blu dipinto di blu" è ottimista e liberatorio, un anticipo energizzante del boom economico che verrà. La sua melodia classica s'infrange contro i ritmi scattosi dei 24mila baci di Adriano Celentano, che pensa all'America e si muove un po' come Elvis, un po' come Jerry Lewis. 

Al festival di Sanremo non esistono mezze misure, ma titaniche categorie del gusto che si scontrano senza soluzione di continuità. I vecchi cultori del bel canto e gli urlatori blues come Mina e Battisti. L'intrattenimento più ridicolo e la poetica dolente di Luigi Tenco, il cui suicidio quasi anticipa la cupezza degli anni di piombo. L'italiano vero di Toto Cutugno e quello biascicante e intossicato dall'alcol che Vasco Rossi porta sul palco dell'Ariston in una esibizione oltraggiosa del 1982. Il nuovo valore cantautorale dell'indie e il disimpegno insolente della trap.

Nel dopoguerra qualcuno ha definito il Festival di Sanremo come “la grande evasione”: la colonna sonora di un’Italia canterina che si affacciava alla modernità. Nei decenni, tra alterne fortune ma sempre con la stessa pervicace nostalgia, questa manifestazione nata per "valorizzare la musica leggera attraverso il recupero dei suoi caratteri originari", è diventata davvero lo specchio della nazione. Uno specchio deformato e ridotto in mille pezzi in cui ci raccontiamo quello che siamo e quello che siamo stati. E in cui riflettiamo proprio tutto: il genio più estroso e il provincialismo più becero, il kitsch e l’arte, il raffinato e il volgare. 

La tradizione che non c'era.

Lo spirito supremo della melodia.