Janis Joplin

Janis Joplin

Graffiando le porte del paradiso

Janis Joplin

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Un delicato sandalo bianco calzato da un piede nervoso sul palco del Festival Pop di Monterey, i movimenti brevi e furiosi, i colpi violenti, da far male. Il corpo incuneato tra il comodino e il letto di una desolante stanza d’albergo di Hollywood - il braccio tumefatto, il viso un po’ sorpreso e un po’ sollevato. Poco più in là la siringa con l’eroina più pura del dovuto che ha consegnato quest’immagine alla storia. La mattina del 4 ottobre 1970.

Era nata il 19 gennaio 1943 nella città di confine (e di raffinerie di petrolio) di Port Arthur, in Texas. Janis ebbe una pubertà tardiva: a quindici anni si scoprì grassa, impacciata e tormentata da una forma acuta di acne. Per i primi anni di liceo si limitò a subire discredito e rifiuto sociale, poi trovò rifugio e consolazione nelle arti: pittura, teatro, e canto, naturalmente. Jack Kerouac e tutto il movimento beat diedero ordine e orgoglio di razza al suo cronico e indistinto senso di inadeguatezza. Studia con profitto e passione, si diploma senza difficoltà nel 1960. 

A diciott’anni Janis taglia i ponti con la casa paterna. Spende qualche anno in giro per Los Angeles (Brentwood e Venice), ospite di parenti caritatevoli. Accumula lavoretti. Poi comincia a esibirsi nei locali nei club country&western di Houston e di altre città del Texas. Infine approda a San Francisco. E’ l’inizio dell’era hippy, anni di libertà e sperimentazione. La musica è il suo nuovo credo. Il folk blues, soprattutto. E il rock’n’roll, quello viscerale, osceno e acido della scena di Haight-Ashbury. Big Mama Thornton, Leadbelly, Odetta, Bessie Smith, Otis Redding diventano i suoi eroi: voci franche che raccontano la verità della lussuria e dell’ingiustizia sociale. Come cantante però fa pochi progressi. Beve, invece, intreccia relazioni, spaccia, consuma grandi quantità di anfetamine ed eroina. Nel maggio del 1965, emaciata e consunta da quella vita marginale, decide di tornare a casa. 

Chet Helms è un amico di vecchia data. E’ da tempo attivo nella scena musicale, quando esplode il fenomeno della Bay Area è lì a godersi lo spettacolo. Fa il manager di un gruppo rock emergente, i Big Brother and the Holding Company. Alla band serve una voce femminile, Helms pensa a Janis, la strappa alla disperata e deprimente normalità che sta cercando di ricostruire. La fusione tra la sua voce abrasiva e il ruvido acid-blues della band è un successo. Nel rutilante freak show della Bay Area - l’isola delle comuni, “la terra delle persone meravigliose” - Janis la bizzarra, Janis “la ragazza di nessuno”, la ribelle, l’outsider a tutti i costi, ha trovato la sua vera famiglia. La trionfale esibizione al Festival Pop di Monterey sancisce una sorta di investitura, la nascita di uno stile e una sottile vendetta. La sua nudità emotiva, quell’incapacità di controllare i sentimenti che le era costata il discredito sociale nella natia Port Arthur, ora la rendeva la figlia prediletta della controcultura. 



Janis diventa famosa in breve tempo. E’ una rockstar. E’ adorata e venerata. E’ sensuale, selvaggia, conturbante e sfuggente. “E’ un sex symbol in una brutta confezione”, scrive il Village Voice testimoniando una misoginia che non muore mai. Un tour sfibrante in tutt’Europa mentre in patria nascono nuove rivali come Laura Nyro e Joni Mitchell, la rendono insofferente. L’eroina appare come una rapida e allentante cura per l’angoscia che l’attanaglia, Janis si prende “vacanze” sempre più lunghe. Quando, nell’agosto di quell’anno, compare sul palco di Woodstock è ormai una tossicodipendente conclamata. 

Torturata, infelice, ansiosa, insoddisfatta del gruppo, al microfono piange, contorce il viso e il corpo, urla come se fosse in agonia. Work Me, Lord è stupenda malgrado tutto. Il pubblico delira, ma Janis non amerà mai quella performance. Si dice stanca di eccessi e illusioni, di storie senza futuro, di critiche cattive. Proclama di voler mettere un po’ d’ordine nella sua vita. All’inizio del 1970 forma un nuovo ensemble, la Full-Tilt Boogie Band, e adotta il soprannome di Pearl, una sorta di alter ego eccessivo, autoironico e grottesco (i capelli ornati di piume, i boa multicolori) da vendere al pubblico al posto del suo vero io. In autunno sta lavorando all’album omonimo (il capolavoro, il tesoro postumo, il testamento spirituale: l’ultimo afflato soul). A detta di molti appare serena, ambiziosa, nel pieno controllo delle cose. Invece beffa tutti. Muore una mattina qualunque di ottobre. L’ennesimo buco per non sentirsi così grande. L’ennesimo buco per non sentirsi così piccola. 

Sul palco faccio l’amore con venticinquemila persone e poi me ne torno a casa da sola.

Janis cantava con voce “da negra”. Straniera ovunque, amava passare attraverso i generi, anche razziali. Pescava nel torbido, subiva il fascino della cultura afroamericana prima che divenisse tale, godeva del biasimo che quello stile “promiscuo” generava. Si proclamava la “prima persona bianca-nera” del mondo. Semplicemente si rifiutava di osservare i limiti che era stata educata a rispettare. Forse era solo cieco ribellismo, ma al contrario di altri era una che pagava i suoi debiti. Si esibì spesso con B.B. King, al termine dei suoi concerti non mancava mai di ringraziare la sua prima ispiratrice Odetta, comprò la nuova lapide sulla tomba di Bessie Smith, conquistò la stima della temibile Etta James



Una donna dai molti volti, Janis Joplin. Una in perenne ricerca, che infrange tabù (anche sessuali) e svela segreti spiacevoli. Alienata e trasgressiva. Una che vomita addosso al mondo il dolore della propria inadeguatezza. Sensuale e sciatta. Carismatica e feroce. Una che usa la voce come un’arma, “la voce che si muove dentro di me”, che la reinventa con tecnica miracolosa. Spontanea e perfezionista. Una che cerca la passione per poi sottomettervisi. Vittima istintiva e indifesa. Ferita eppure insaziabile. “Il mio desiderio vagabondo”. Ora disperata, ora gioiosa. Scossa. Lussuriosa e ubriacona. 

Janis Joplin: queste erano le parti di cui era composta. Lei continua ad essere il movimento che le tiene insieme, piuttosto che la loro somma. 

Terry Sutton, The Rolling Stone Book of Women in rock