"Bizet mi rende fecondo"

"Bizet mi rende fecondo"

Nel giugno del 1875 moriva il compositore francese

"Bizet mi rende fecondo"

Condividi

Benché eccellente allievo (e poi genero) di Halévy al conservatorio, «prix de Rome», egli non ebbe amica la fortuna nella carriera teatrale, non fu insegnante di conservatorio, visse una dura ‘bohème’, e nemmeno esteriormente ebbe l’autorevole aspetto dei ben portanti patriarchi dell’opera francese; morì giovane, come un’artista romantico, l’anno stesso in cui produsse il suo capolavoro
Massimo Mila, storico della musica

Nel giugno del 1875, all’età di 37 anni, dopo una vita di affanni esistenziali e professionali, muore Georges Bizet. Era nato a Parigi il 25 ottobre 1838, figlio d’arte da parte di entrambi i genitori. Sono proprio loro ad occuparsi della prima educazione musicale del bambino, che, pochi giorni prima di compiere dieci anni, viene ammesso al Conservatorio, dove studia con Pierre Zimmermann, Charles Gounod e Jacques Halévy.

Quando, nel 1857, si aggiudica il “Prix de Rome”, Bizet ha già al suo attivo un discreto numero di composizioni, fra le quali la Sinfonia in Do. Il premio consiste in una borsa di studio di tre anni, con soggiorno a Roma. È in questo periodo, però, che, nonostante qualche primo successo di critica e di pubblico per l’operetta Le Docteur Miracle, Bizet inizia a manifestare quei sintomi di disagio psichico che lo avrebbero accompagnato per tutta la sua breve vita: nutre dubbi sul proprio valore artistico, è autolesionista, si barcamena tra avventure erotiche che non lo appagano affettivamente. Il soggiorno romano è anche l’occasione per conoscere altre zone d'Italia: resta affascinato da Napoli, Pompei, Firenze e dal Capo Circeo. Al quel periodo risale la sua opera «italiana», Don Procopio, che sarà rappresentata solamente nel 1906.

Nel 1860, torna a Parigi. Tre anni dopo, ha inizio una serie di insuccessi critici: Les Pêcheurs de perles (I pescatori di perle) non è apprezzata, nonostante – o, forse, proprio per questo motivo - si tratti di un’opera molto sofisticata, primo capolavoro di un Bizet non ancora venticinquenne, ma già in grado di padroneggiare una tecnica di orchestrazione raffinata e originale; La jolie fille de Perth (La bella fanciulla di Perth, 1867), severamente giudicata soprattutto per un insieme di espedienti e di eventi architettati dal librettista e ritenuti improbabili. Georges Bizet è costretto a mantenersi con le lezioni private di pianoforte, l'accompagnamento durante le prove di opere e altri lavoretti musicali saltuari. È un pianista, ma rifiuta la carriera concertistica per paura di compromettere l'attività di compositore. Scrive la suite sinfonica Roma, e Jeux d'enfants, una raccolta di dodici brani per due pianoforti (poi trascritti per orchestra), ma predilige in maniera assoluta il teatro musicale. All’amico e coetaneo Charles Camille Saint-Saëns, che lo esorta ad impegnarsi maggiormente sul piano della musica strumentale, risponde:

Non sono fatto per la sinfonia; ho bisogno di teatro, senza di esso non valgo nulla
Georges Bizet

Il catalogo di Bizet è a dir poco stupefacente: lavori incompiuti, solo progettati, appena abbozzati o distrutti. Straziato da un incontenibile perfezionismo autocritico e scarsamente incline al compromesso, scivolerà verso il fallimento, rendendo intensamente tragica la propria vicenda umana.

Nel 1869, Bizet sposa Geneviève Halévy, figlia del suo vecchio insegnante, ma l'instabilità mentale della ragazza porterà presto alla crisi del matrimonio. Nel 1872, un nuovo insuccesso attende Bizet all’Opéra-Comique con l’atto unico Djamileh. Nello stesso anno, compone le musiche di scena per L'Arlésienne (L'Arlesiana) di Alphonse Daudet, solamente oggi pienamente apprezzate.

Intanto, lavora alacremente sul libretto di Carmen, scritto da Henri Meilhac e Ludovic Halévy, tratto dall’omonimo romanzo breve di Prosper Mérimée. L’investimento emotivo del compositore è totale e totalizzante. L’opera va in scena il 3 marzo 1875 a Parigi, ma è accolta dall’ostilità dal pubblico, cui segue, immediatamente, l’avversione della critica.

Il 3 giugno dello stesso anno, Georges Bizet muore in circostanze mai del tutto chiarite. Carmen tornerà in teatro e otterrà il successo meritato solamente dopo la morte del suo autore. La ammireranno Wagner e Brahms, Verdi e Ciaikowsky, Bismarck e la regina Vittoria. Friedrich Nietzsche la celebrerà come rimedio agli inganni stregoneschi del maestro tedesco a cui si era stentatamente ribellato:

Ieri ho ascoltato - lo credereste?  - per la ventesima volta il capolavoro di Bizet. Ancora una volta ho persistito in dolce raccoglimento […]. Come tale opera rende perfetti! Si diventa a nostra volta un «capolavoro».   E realmente, ogni volta che ascoltai la ’Carmen’, mi sembrò di essere più filosofo, un filosofo migliore di quanto altre volte non mi paia […] Posso dire che il timbro orchestrale di Bizet è quasi l'unico che ancora io sopporti? Quell'altro timbro orchestrale, che oggi è sulla cresta dell'onda, quello wagneriano, brutale, artificioso e «innocente» allo stesso tempo, e che in tal modo parla insieme ai tre sensi dell'anima moderna,   come mi è nocivo questo timbro orchestrate wagneriano […]. Questa musica invece mi sembra perfetta. Giunge a noi lieve, duttile, con gentilezza. […] E ancora: quando mi parla questo Bizet, divento un uomo migliore. Anche un migliore uomo di musica, un ascoltatore migliore. […] Bizet mi rende fecondo […]
Friedrich Nietzsche, Il caso Wagner, 1888



Nel video, Carmen di George Bizet, dall'Arena di Verona (2003).
Direttore: Alain Lombard
Orchestra e Coro dell'Arena di Verona
Regia e scene: Franco Zeffirelli
Carmen: Marina Domashenko
Micaëla: Maya Dashuk
Don Josè: Marco Berti
Escamillo: Raymond Aceto