Charlie Parker: fra allucinazione e coscienza

    "Bird" a cento anni dalla nascita

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    Affascinante, talentuoso, narcisista, creativo, indisciplinato, ingordo di cibo, eroina, alcool e sesso. Charlie Parker, “Bird”, entra ed esce dagli ospedali psichiatrici e sembra incarnare il genio e la sregolatezza dell’eroe tragico, romantico o beat. Una vita e una musica in precario equilibrio fra allucinazione e coscienza, pervase da mostruosi fantasmi interiori, che lo condurranno, fatalmente, verso una morte prematura.

    Nasce a Kansas City nel 1920, Charlie Parker, ed è lì che debutta nel 1937, con orchestre mainstream e gruppi blues. È con uno di questi che, nel 1941, arriva sulla scena newyorkese. In quel periodo, ha già intrapreso la strada verso un stile personalissimo, estremamente innovativo, che svilupperà ulteriormente, fino a fare di lui uno dei padri fondatori del jazz moderno. Nel 1947, si stabilisce definitivamente a New York e, assieme a Dizzy Gillespie, Thelonius Monk, Charlie Christian, Kenny Clarke, Bud Powell, Max Roach e altri giovani musicisti afroamericani, che avvertono l’esigenza di evadere dalla prigione dello swing, ormai industrializzato e stereotipato dalle grandi orchestre bianche, dà origine a melodie insolite, decisamente non orecchiabili, costruite con frasi staccate, energiche, e intervalli a dir poco inusitati: è il be-bop, che esordisce nei locali della 52ª strada, sconvolgendo chi va ad ascoltarlo.

    Appena fummo entrati, quei tipi afferrarono i loro strumenti e si misero a suonare quella loro roba folle. Uno si interrompeva improvvisamente, un altro cominciava a suonare senza una ragione al mondo. Noi non avremmo mai saputo dire quando un assolo avrebbe dovuto cominciare o terminare. Poi tutti quanti smisero di suonare di punto in bianco e se ne andarono dal podio. Ci spaventarono
    Testimonianza dei musicisti dell’orchestra di Woody Herman

    Parker, con il suo sax alto, è ineguagliabile per tecnica e immaginazione. Un solista stupefacente, esplosivo, in grado di improvvisare a velocità sorprendente.

    Bird e i bopper strappano dal jazz l’etichetta di «espressione popolare» e considerano sé stessi, per la prima volta nella storia di questa musica, musicisti “seri”, artisti, non semplicemente esecutori. Assumono atteggiamenti del tutto originali, diventando presto simboli di un radicale anticonformismo sociale, oggetto – come la loro musica - di derisione da parte dell’opinione pubblica più conservatrice.

    Lo stesso accadrà, pochissimi anni dopo, con i giovani poeti e scrittori della Beat Generation, prevalentemente bianchi, alla ricerca di alternative alla vita “in giacca e cravatta” proposta loro dal sistema: Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Gregory Corso, William Burroughs e altri ancora si fanno cantori di questa generazione, lasciandosi sedurre, non a caso, dalla musica e dalle abitudini dei bopper, e facendo di Charlie Parker quasi una divinità, in vita e in morte.

    Charley Parker, perdonami/Perdonami se non rispondo ai tuoi occhi/Se non ho dimostrato/Ciò che sai inventare/Charley Parker, prega per me/Prega per me e per tutti/Nei Nirvana della tua mente/Dove ti nascondi, indulgente e immenso […]/Charley Parker, libera dalla sventura/me, e tutti quanti
    Jack Kerouac, ‘Mexico City Blues’

    Leggere (meglio se ad alta voce) una pagina di Kerouac è come ascoltare un assolo di Charlie Parker: il fraseggio dell’uno è quello dell’altro, le pause sono ridotte al minimo, il brano (s)corre tutto d’un fiato (salvo interrompersi bruscamente), poco importa se battuto sui tasti di una macchina per scrivere o su quelli di un sax. L’addio alla struttura tradizionale del romanzo è servito, così come quello ai ritmi delle grandi orchestre da ballo: è la strada che irrompe, prepotentemente, nelle note e nelle parole.

    Charlie Parker muore nel 1955. Il suo corpo (e la mente) è talmente segnato dall’uso ultradecennale di sostanze e da altri eccessi, che il medico che esamina la salma non è in grado di stabilire le cause della morte. E ne stima l'età a cinquantatré anni, mentre ne ha solamente trentaquattro.

    BIRD era più perso del suono/rompeva la barriera con un acuto di sax/BIRD era più su della luna/BIRD vagava anche sui tetti/
    come uno strano monaco s’inchinava/sax in mano, alto sopra tutti/a guardare quella gente sotto/con strani occhi socchiusi/dicendo fra sé: «sì, sì»/come se niente contasse assolutamente niente/[…].BIRD è morto/ BIRD è morto/[…] piangete per BIRD/perché BIRD è morto
    Gregory Corso, ‘Requiem per Charlie Parker’