Le note di sala del concerto di Carnevale stagione 2025/2026

Le note di sala del concerto di Carnevale stagione 2025/2026

17 febbraio 2026, Auditorium Rai Torino

Le note di sala del concerto di Carnevale stagione 2025/2026
Carl Orff
Carmina Burana, cantiones profanae cantoribus et choris cantandae, comitantibus instrumentis atque imaginibus magicis

L’abbazia di Benediktbeuern
Nel sud della Baviera, non lontano da Bad Tölz, sorge un piccolo borgo di 3000 abitanti, noto col nome di Benediktbeuern. Grande attrattiva del villaggio è da sempre l’omonima abbazia, fondata nel 739 dai frati benedettini, uno dei centri religiosi e culturali più celebri di tutto il Medioevo. Distruzioni, incendi e successive ricostruzioni nel corso dei secoli ne hanno stravolto la fisionomia originale. Tra il 1803 e il 1930, l’abbazia fu addirittura secolarizzata, assumendo tratti ogni volta insospettabili: caserma, ospizio per invalidi, ospedale militare, prigione e addirittura vetreria. Ma fu proprio questo periodo a consentire al monastero di Benediktbeuern di svelare i suoi tesori alla civiltà mondana. In particolare, tra gli scaffali della sua enorme biblioteca fu ritrovato un codice destinato a divenire celeberrimo, il Codex latinus 4660, contenente una voluminosa raccolta di canti medievali di ispirazione goliardica: un documento redatto da numerosi autori, per lo più clerici vagantes anonimi, nel quale si mescolano versi di ispirazione morale a liriche amorose e canti di taverna.
Tematiche eterogenee, autori disparati e mescolanze idiomatiche convergono nel Codex latinus 4660, nel quale si incontrano versi in latino, francese e tedesco medievali
La presenza di alcuni segni di notazione prova che furono scritti per essere cantati. I Carmina Burana fanno parte di questa raccolta e sono il risultato di una pubblicazione realizzata nel 1847 da Johannes Andreas Schmeller, il bibliotecario della corte dell’Elettore di Monaco di Baviera. Il loro titolo deriva dall’antico nome con cui era conosciuta l’abbazia di Benediktbeuern nel Medioevo: Bura Sancti Benedicti. 

Chi erano
I clerici vagantes erano quegli studenti girovaghi che nel Basso Medioevo solevano spostarsi in tutta Europa per seguire le lezioni universitarie. Erano definiti chierici perché godevano di alcuni privilegi ecclesiastici. Estremamente diffuse erano le loro canzoni goliardiche, come i Carmina Burana, che proponevano un rovesciamento parodico alla solennità dei testi sacri. La loro fortuna durò fino ai primi del XIII secolo quando il fenomeno cominciò lentamente a esaurirsi. In quel periodo la Chiesa lavorò a una riforma delle università, con l’obiettivo di evitare continui spostamenti da parte degli studenti: l’istituzionalizzazione dei curricula di studio fu motivata proprio dall’insofferenza maturata negli ambienti ecclesiastici nei confronti della frivolezza dei clerici vagantes. Spettò ai concili di Treviri (1227) e di Rouen (1231) la definizione di condanne esplicite, che esentarono definitivamente i chierici dai privilegi clericali. 

Carl Orff e la “musica degenerata”
Con l’avvento del nazionalsocialismo in Germania l’arte cominciò a essere sistematicamente assoggettata alle esigenze della politica. Ogni forma di pessimismo doveva essere bandita dalla musica; il linguaggio dei compositori non poteva permettersi di cadere nell’ambiguità; le tendenze sperimentali delle avanguardie andavano osteggiate, perché incapaci di rappresentare in maniera efficace la solida chiarezza dei valori nazionalsocialisti. Tutto ciò che non aderiva a queste regole era considerato “degenerato” (Entartete) e doveva essere perseguitato. I musicisti si trovarono così improvvisamente a un bivio; proprio in corrispondenza di uno dei periodi più problematici della storia della musica, furono obbligati a scegliere tra l’adesione alle costrizioni della politica e la discesa nel pericoloso terreno della “musica degenerata”: da una parte c’era l’imitazione della retorica tardo-romantica, dall’altra la strada minata alla scoperta di nuove risorse espressive.

All’interno di questo complesso scenario, le scelte estetiche di Carl Orff furono davvero originali.
Orff si pose il problema di trovare una mediazione tra le esigenze nazionalsocialiste e il rifiuto della piatta imitazione del tardo Romanticismo
L’unica soluzione era la fuga, l’evasione in una dimensione estranea ai problemi culturali di quel tempo: non solo la rievocazione del mondo antico e medievale, ma anche il rifugio nel primitivismo. Le composizioni di Orff rifiutano la sperimentazione delle avanguardie, ma anche l’elaborazione musicale moderna: anelano alla scarnificazione del linguaggio, proponendo atteggiamenti statici, ostinate ripetizioni dello stesso materiale, un’esplicita rinuncia a ogni forma di sviluppo. I Carmina Burana sono il punto più alto di questo percorso di regressione all’essenza dell’arte: leggono nell’immediatezza espressiva delle culture primitive uno strumento di
comunicazione estraneo a ogni limitazione sociale e politica. Per questo il loro successo fu immediato e riuscì a vincere anche le resistenze ideologiche dei nazisti.

L’incontro tra Orff e i Carmina Burana
Oggi appare curioso pensare che Carl Orff abbia scoperto un’opera così dissacrante come i Carmina Burana proprio il Giovedì Santo del 1934; ma in realtà quello fu l’ultimo dei pensieri che si materializzarono nella sua mente nel momento della scoperta. L’incontro avvenne tra le mura domestiche, in seguito alla quotidiana apertura della corrispondenza. Così Orff tenne a ricordare quel giorno nelle sue memorie: 
Ricevetti quel volume il Giovedì Santo del 1934, un giorno per me memorabile. Aprendolo trovai immediatamente, nella prima pagina, il famoso quadro della “Ruota della Fortuna” […]. Quadro e versi mi colpirono profondamente. Anche se, al momento, avevo soltanto un’idea generale del contenuto di quella raccolta di poesie, scorrendo testi ed illustrazioni, un lavoro scenico con cori e danze […]. Non fu facile orientarsi all’interno del codice […] fu necessario un minuzioso lavoro di ricerca e di vaglio, affinché alcune parti emergessero dall’insieme del lavoro. Attraverso ripetute letture, singole strofe furono estrapolate dai poemi per essere inserite in un nuovo contesto

Alla prima apertura del codice, Orff ebbe subito l’impressione di avere le idee chiare: pensò a una spettacolare cantata scenica, fatta di musica, parole e azione, destinata principalmente al teatro. Poi, come è naturale che accada, il lavoro prese una direzione diversa e l’aspetto drammatico finì per diventare un problema secondario. Sotto il profilo musicale Orff trascurò completamente le indicazioni contenute nel codice medievale e scrisse un’opera nuova, sostanzialmente priva di intenzioni filologiche. Il risultato fu un lavoro poco adatto alle scene, ma perfetto per essere eseguito in forma di oratorio.
La prima esecuzione avvenne tre anni dopo, l’8 giugno del 1937, all’Opera di Stato di Francoforte. Ma nel giro di pochi anni i Carmina Burana fecero il giro dell’Europa: la prima esecuzione all’estero avvenne in Italia, al Teatro alla Scala il 10 ottobre del 1942, quindi seguirono le riprese negli altri paesi europei. Nel 1954 avvenne la prima americana, con un’esecuzione in forma di concerto alla Carnegie Hall di New York sotto la direzione di Leopold Stokowski. Solo in quel momento emerse concretamente tutta la potenza espressiva dei Carmina Burana lontano dalle scene.

Un percorso di imagines magicae
È il rapporto tra musica e immagini il motore che alimenta l’energia dei Carmina Burana. Fu la visione della “Ruota della Fortuna”, una delle raffigurazioni contenute nel Codex latinus 4660, a stimolare l’immaginazione di Orff. Ma l’intero lavoro è concepito come una successione di immagini statiche, che si impongono all’ascolto con tutta la loro forza abbagliante. 
La chiave di lettura è esplicita già nel sottotitolo: “canzoni profane per soli e coro misto, con accompagnamento di strumenti e immagini magiche”.
Sono figure vivide quelle che animano il tessuto dei Carmina Burana: presenze allegoriche, che si agitano dietro ogni momento poetico descritto dall’opera
La Dea Fortuna, ad esempio, è invocata in maniera roboante nel coro d’apertura, con una violenza non lontana da quella dei riti tribali. È lei il fulcro attorno al quale ruota tutta la goliardia dei Carmina Burana: la Fortuna è l’oggetto dell’adorazione del fedele, l’immagine terrifica e insieme rassicurante che incatena la devozione dell’uomo. Orff la dipinge con colori statici, una fissità ossessiva e ipnotica nello stesso tempo: rende in musica tutta l’inesorabile ripetitività del movimento della ruota.

Dal punto di vista formale l’opera è composta da tre enormi pannelli, che dipingono prima la primavera, poi gli stati d’animo tellurici dell’osteria, quindi la corte degli amori. La celebrazione della nuova stagione è descritta con cori e intermezzi musicali di atmosfera popolare, che non rinunciano mai alla ripetitività del ritmo. Protagonista incontrastato è il coro: dopo la violenta invocazione iniziale, sussurra un inno alla primavera, punteggiato da movimenti minuscoli e misurati dell’orchestra. Quindi si sposta nelle verdeggianti distese dei prati, per godere delle freschezze della natura rinata.
Nella taverna esplode la spessa materialità dell’uomo a confronto con le tentazioni. La celebrazione dei valori terreni è affidata al baritono, che canta con spavalda franchezza. Lo interrompono il grido parodico del cigno, passato dalla limpidezza delle acque lacustri all’untume di un arrosto saporito, e il credo dell’abate di Cuccagna, sprofondato nella contemplazione delle passioni effimere. Quello della taverna è un mondo altro, senza tempo, senza onori né oneri, incapace di riflettere sulla caducità della vita umana. Solo quando si apre la corte dell’amore l’uomo riemerge a contemplare la terra illuminata dal sole; il timbro aggraziato dei flauti riscopre tutto il benessere dei sentimenti puri; l’amore diventa il rimedio alla noia; e nella raccolta intimità della cameretta si materializza la risposta dei Carmina Burana alla limitatezza dell’esistenza umana.

Andrea Malvano
(dagli archivi Rai – programma di sala del 25 maggio 2006)