Le note di sala del concerto n. 18 stagione 2025/2026

Le note di sala del concerto n. 18 stagione 2025/2026

9 e 10 aprile 2026, Auditorium Rai Torino

Le note di sala del concerto n. 18 stagione 2025/2026
Edward Elgar
Concerto in mi minore per violoncello e orchestra, op. 85 

Gentleman inglese dell’età vittoriana e quindi edoardiana, Elgar era figlio di un commerciante di articoli musicali, che era però anche organista, violinista e organizzatore di attività musicali. Come compositore rimase sempre saldamente ancorato alla tradizione, accogliendo con molta moderazione idee innovative. Considerò la musica come un semplice mezzo per esprimere la sua emotività, che espletò in modo immediato nell’afflato melodico che domina molti suoi lavori. Con un candore sorprendente, e possibile solo nell’Inghilterra un po’ discosta dalle evoluzioni artistiche del XX secolo, ebbe a dire:
La musica è scritta sulle nuvole del cielo, è nell’aria tutt’attorno a noi, basta stendere la mano e prenderne quanta se ne vuole
Questo suo animo semplice e nobile fu travolto dalla brutalità della Grande guerra e dai cambiamenti che ne seguirono; nel 1917, in preda allo sconforto si chiese: “Tutto ciò che è buono, piacevole, pulito, fresco e dolce è lontano e non ritornerà mai più?”. Il dolore insito in questa domanda si ritrova nel suo ultimo grande lavoro, il Concerto per violoncello e orchestra, scritto tra il 1918 e il 1919, e terminato nel Cottage di Brinkwells, nel Sassex. Dopo Elgar non compose praticamente più nulla; alla crisi del momento storico se ne aggiunse una personale e gravissima: la perdita della moglie, nel 1920. Il Concerto per violoncello è dunque un po’ il suo testamento artistico e spirituale.

La prima esecuzione avvenne il 27 ottobre 1919 alla Queen’s Hall di Londra, con la London Symphony Orchestra diretta dallo stesso Elgar, e Felix Salomon al violoncello. Fu sostanzialmente un insuccesso, e probabilmente a causa dell’esecuzione: il resto del programma della serata era diretto da Albert Coates, che pretese per sé quasi tutte le prove, impedendo a Elgar di preparare al meglio il battesimo del suo lavoro. In compenso il Concerto è presto diventato un caposaldo del repertorio per violoncello e orchestra, e gode oggi di una grande popolarità.

Organizzato in quattro movimenti, si apre con un recitativo del solista, che porta l’indicazione cara a Elgar “nobilmente”. Il secondo movimento è costruito secondo i dettami della forma sonata classica, introdotto però da un’intensa cadenza del solista, che costituisce anche un ponte col tempo precedente, a cui è collegato senza soluzione di continuità.
Ma il vero centro tragico dell’opera è l’Adagio, che sembra quasi presagire tragicamente la morte della moglie del compositore, a distanza di un anno
La chiusura è affidata a un rondò in tempo Allegro, ma non troppo, in cui il piglio popolare è stemperato dal tipico stile composto e nobile di Elgar.

Paolo Cairoli
(dagli archivi Rai - programma di sala del 19 giugno 2008)


Sergej Rachmaninov
Sinfonia n. 2 in mi minore, op. 27

Le tre Sinfonie di Sergej Rachmaninov formano un insieme eterogeneo. Ciascuna di esse è figlia di uno spirito particolare e si esprime con un linguaggio totalmente diverso. Quasi dodici anni separano le prime due Sinfonie, mentre la Terza fu scritta addirittura trent’anni dopo la precedente, in circostanze talmente diverse da sembrare davvero un lavoro proveniente da un altro mondo.
 
La Sinfonia n. 2 fu abbozzata alla fine del 1906, quando Rachmaninov decise di trasferirsi a Dresda, dove rimase per tre anni. La scelta di lasciare momentaneamente la Russia e San Pietroburgo dipendeva da varie ragioni, legate sia alle vicende politiche, sia al suo sviluppo artistico. In primo luogo, Rachmaninov desiderava proteggere la famiglia dai disordini scoppiati a San Pietroburgo in seguito alla Rivoluzione del 1905 e alla disastrosa guerra contro il Giappone. Sul piano artistico, invece, il musicista sperava forse di ritrovare un po’ di equilibrio prendendosi un periodo sabbatico, per così dire. Rachmaninov, infatti, era costantemente in preda a dubbi riguardo alla propria strada, incerto se seguire la vocazione di compositore, di pianista o di direttore d’orchestra. In ciascuno di questi ambiti, infatti, il suo eccezionale talento si era manifestato in maniera limpida e convincente.

Come compositore, tuttavia, Rachmaninov aveva perso fiducia in sé stesso dopo il fiasco della Prima Sinfonia in re minore, diretta a San Pietroburgo da Aleksandr Glazunov nel 1897. Il fallimento del suo esordio nel mondo sinfonico ebbe ripercussioni devastanti sulla psicologia di Rachmaninov, che riuscì a superare il trauma solo dopo un lungo periodo di cure con il neurologo e psichiatra Nicolaj Dahl.
Il Concerto n. 2 per pianoforte, scritto tra il 1900 e il 1901, fu il simbolo della sua rinascita come compositore, aprendo una fase più serena e creativa della sua carriera. Le ombre e le incertezze sul proprio lavoro, tuttavia, non erano destinate a dissolversi facilmente. A Dresda, Rachmaninov sperava di trovare il tempo di comporre con calma e di lavorare un po’ più a contatto con le correnti principali della musica europea. Il Teatro dell’Opera di Dresda, per esempio, in quegli anni era la culla della rivoluzione teatrale di Richard Strauss, con la Salome, che Rachmaninov si recò immediatamente a vedere appena arrivato in città. La musica di Strauss lo colpì soprattutto per la ricchezza del suono orchestrale, come scrisse all’amico e collega Nikita Morozov: “Mentre sedevo lì in teatro, dopo aver ascoltato Salome, ho immaginato all’improvviso come mi sarei sentito abbattuto e pieno di vergogna, se una mia opera dovesse essere rappresentata qui. Esattamente la sensazione di comparire svestito di fronte al pubblico. Quello Strauss sa di sicuro come ci si addobba…”.

I primi progetti messi in cantiere a Dresda furono, non a caso, lavori di forma consistente, ovvero una sonata per pianoforte ispirata al mito di Faust, una sinfonia e una nuova opera tratta dal dramma di Maeterlinck Monna Vanna. La Sinfonia, in particolare, avrebbe dovuto cancellare la macchia della Prima, benché in Russia ormai la sua musica fosse eseguita regolarmente e ricevesse importanti riconoscimenti. Il compositore, tuttavia, si sentiva ancora impacciato a maneggiare le grandi forme musicali, e a volte si perdeva nella ricca invenzione della sua fantasia musicale. All’inizio del 1907, comunque, la stesura della Sinfonia era terminata, ma Rachmaninov non era contento del risultato, secondo quanto scrive a Morozov il 13 aprile: “Poi c’è la Sinfonia da sistemare, di cui ti ho già scritto, che è completa solo in particella. Naturalmente mi piacerebbe metterla a posto, pure, in modo che rimanesse solo l’orchestrazione da fare. Ma non funzionerà! Non c’è abbastanza tempo, e inoltre, per dirti la verità, sono stanco. Quanto alla qualità di tutti questi lavori, devo dire che il peggiore di tutti è la Sinfonia. Quando avrò terminato la stesura e poi avrò corretto la mia prima Sinfonia, dò la mia solenne parola, mai più sinfonie. Che siano maledette! Non so come si scrivano, ma soprattutto, non ne voglio scrivere”.
La Sinfonia n. 2 tenta di incanalare l’impetuoso flusso dell’espressione lirica, connaturato al mondo di Rachmaninov, all’interno di forme più classiche, in maniera più ordinata della Prima
Nel movimento iniziale, così come del resto nel corpo dell’intera Sinfonia, la tonalità principale di mi minore è contrastata dalla tonalità della sottodominante, la minore. Lo stesso tipo di contrapposizione è riconoscibile anche nella struttura complessiva della Sinfonia, dove alla prima coppia di movimenti, rispettivamente in mi minore e la minore, corrispondono in maniera speculare gli ultimi due, in la maggiore e mi maggiore. I due movimenti interni, inoltre, sono organizzati su una forma tripartita, mentre il finale sviluppa una forma di rondo sonata basata sul rapporto fondamentale mi – la che regge l’intero lavoro. Il modello di questo piano generale risale probabilmente alla Quarta Sinfonia di Čajkovskij, nella quale il rapporto tra tonica e sottodominante esprime le principali tensioni drammatiche. Nonostante lo sforzo di ordinare il materiale in maniera razionale, la musica di Rachmaninov rimane legata soprattutto all’impressione psicologica e alla potente voce lirica del suo melos. Lo stile della Sinfonia n. 2 rivela non solo le influenze di Čajkovskij, ma anche di Wagner, che Rachmaninov aveva conosciuto a fondo negli anni Novanta grazie alle serate di studio delle sue partiture organizzate da Sergej Taneev, al quale è dedicato il lavoro. Il soggiorno a Dresda gli permise di ascoltare molta musica di Wagner in esecuzioni di grandi interpreti come Ernst von Schuch, direttore anche delle opere di Strauss. Čajkovskij aveva confessato a Taneev, nel 1891, che se Wagner non fosse esistito, la sua musica sarebbe stata scritta in maniera differente. Anche Rachmaninov era cosciente di questo debito controverso nei confronti dell’autore del Ring. In altre parole, se l’influenza di Čajkovskij rivela la natura nostalgica e il pessimismo tragico dell’arte di Rachmaninov, l’ombra di Wagner si allunga sulla Seconda Sinfonia nel suono dell’orchestra, che mescola i timbri creando una tinta carica e amalgamata, a differenza della tradizione russa incline a strumentare per contrapposizione di colori puri. 
L’arcata drammaturgica della Sinfonia in mi minore è sorretta dalle potenti campate armoniche e tematiche gettate nei quattro movimenti grazie alla variazione continua di elementi ricorrenti
Il Largo introduttivo del primo movimento, per esempio, è basato su una breve frase-motto esposta da violoncelli e contrabbassi, che sarà lo spunto anche per l’esposizione vera e propria nell’Allegro moderato. Una permutazione del motto, infatti, diventa il tema principale attorno al quale si coagula man mano tutto il racconto, che si sviluppa in maniera rapsodica più che drammatica. In questo continuo e inquieto riaffiorare di frammenti e idee sparse, con l’ombra fissa del tema-motto che a più riprese si staglia sullo sfondo, si distingue chiaramente l’influenza delle ultime Sinfonie di Čajkovskij. Lo Scherzo successivo, stranamente in seconda posizione, è una sorta di trionfo della morte e prende spunto da una parafrasi grottesca del Dies irae gregoriano, un tema che ha ossessionato Rachmaninov per tutta la vita. Il carattere fantastico e grottesco del corpo principale è contrastato da un episodio lirico imperniato su una lunga melodia dei violini. Nella coda riecheggia di nuovo il motto della Sinfonia, prima che lo Scherzo scivoli gradatamente nel silenzio. 
Il cuore della Sinfonia è il vasto Adagio centrale, articolato in tre sezioni principali. Il tema più importante è un arpeggio dei violini sull’accordo di la maggiore che sfocia su un’espressiva appoggiatura sulla sensibile (sol diesis), una sorta di ferita tristaniana che nel corso dell’Adagio si apre più volte senza mai sanarsi completamente. Il finale, Allegro vivace, segue il modello della sinfonia romantica, riassumendo le fila dell’intero lavoro in una forma che richiama il rondò. Come nel corteo dei discendenti di Banquo, i temi principali dei vari movimenti sfilano in forma trasfigurata, pallide memorie trascinate in un vortice dionisiaco appena temperato da impeti di travolgente passione. 

Oreste Bossini
(dagli archivi Rai - programma di sala del 10 novembre 2022)


Biglietti per il concerto disponibili online